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mercoledì 22 febbraio 2017

Stupenda e lucida analisi sulla crudeltà del patriarcato.

Come ci vuole il Patriarcato?



Il Patriarcato ci immagina inerti non so se vive o morte, ci immagina come cose. Ci immagina a volte vive per lavorare e curare ma ci immagina inerti in tutto ciò che riguarda l’uso sessuale dei nostri corpi.
di Beatriz Gimeno.
Da giorni, il volto sorridente, felice, emozionato della adolescente Lucía Pérez mi gira per la testa. Avrei preferito non vedere il suo viso né il suo sorriso. Avrei preferito non immaginarla, non immaginarla che è vissuta, che aveva sorriso, che era stata felice (a volte, credo) e che avrebbe avuto tutta la vita davanti a sé. Avrei preferito non incarnare questo dolore, non darle un volto né sorriso allo orrore. Ma l’orrore è arrivato con il sorriso di Lucia e, ora, mi è impossibile toglierlo dalla mia testa. Un uomo e il suo figliastro l’hanno rapita, drogata, l’hanno violentata anche analmente e alla fine le hanno messo un palo nell’ano. E 'morta di arresto cardiaco indotto dal dolore e dalla paura.
Ed io non sono in grado di fare uscire dalla testa questo dolore e questa paura. Non posso. Mi sveglio e la vedo, la vedo in questa settimana in cui si celebrano manifestazioni in tutto il mondo contro la violenza machista.
Ci vogliono vive, naturalmente, ma come ci vuole il patriarcato?
Il Patriarcato ci immagina inerti non so se vive o morte, ci immagina come cose. Ci immagina a volte vive per lavorare e curare ma ci immagina inerti in tutto ciò che fa nell’uso sessuale dei nostri corpi. Ci vogliono inerti quando ci vogliono violentare, impalare con pali o con i loro peni usati come armi. Perché il patriarcato non ci immagina umane, perché il patriarcato ci immagina e ci vede come oggetti scopabili, temporaneamente morte: a volte morte per sempre.
Rimanere ferma, paralizzata, come morta è ciò che ha fatto la giovane, che cinque presunti violentatori trascinarono in un portale violentandola vaginalmente e analmente, obbligandola a praticare a ciascuno di loro una fellatio, mentre gli altri guardavano, ridevano e registravano. Da queste registrazioni lei ha gli occhi chiusi, in stato confusionale, senza resistenza, è il corpo-cosa inerte ideale, fa ciò che deve fare e non si oppone. Gli occhi chiusi, i muscoli completamente consegnati, la mente completamente vuota; gli psicologi forensi hanno detto che lei non pensava, è riuscita in quel momento a non pensare.
Lei non ha provato tanto male quanto ne avrà sentito Lucia Pérez, tanto da potere allontanarsi da lì e camminare verso un altro luogo. Infatti, quando la violenza è cessata, secondo i testimoni, era disorientata e non sapeva, dove si trovasse. E’ riuscita a camminare e a lasciare dietro di sé il suo corpo.
Dato che questa giovane ha lasciato il suo corpo come morto a chi, in realtà, la voleva così, morta/cosa, c’è chi afferma che non c’è stato stupro. E i famigliari dei giovani del presunto branco di violentatori dicono che loro sono innocenti, perché sono giovani normali che non violenterebbero nessuno. Se lei fosse morta, se lei avesse rischiato la sua vita nel tentativo di difendersi, forse queste famiglie avrebbero dato valore allo stupro ma lei ha deciso di fare morire il suo corpo prima che la uccidessero in modo da uscirne viva. Alcuni vedono in quelle immagini consenso, il consenso di tante donne morte, di tante donne/cose, il consenso non allo stupro ma di fronte allo inevitabile: ci vogliono inerti, lasciateli fare e sopravvivrete.
Il giudice, viceversa, dichiara che quelle immagini sono di una violenza insopportabile. Il giudice ha saputo riconoscere cosa significa lasciare il corpo inerte, chiudere gli occhi, scinderti e sperare che l’orrore finisca. Il giudice, sì, ha visto l’atto di dominio assoluto e la terribile violenza esercitata su un corpo inerte ma vivo. In realtà, la differenza tra il giudice e chi non vede lo stupro in questo atto ha a che fare non con l’atto in sé ma con la percezione che si ha della vittima: se si riconosce piena umanità a questo corpo inerte oppure no. Il giudice la vede umana uguale a lui e per questo è in grado di vedere la violenza della quale è oggetto. Gli stupratori e i loro sostenitori la vedono inerte, quindi una cosa scopabile e lo interpretano come consenso.
Ti vogliono morta, inerte, cosa, oggetto scopabile, un buco e se il buco è di un altro allora lo si può sigillare con la colla, come ha fatto un uomo con la sua ex compagna: le ha chiuso la vagina con la colla. Lei lo aveva denunciato molte volte, aveva un ordine restrittivo, aveva trascorso anni minacciandola di ammazzarla, di porre fine a quella vita che, nonostante tutto, si impegnava a mantenersi indipendente dai desideri di lui. Lui la voleva morta e lei invece si impegnava a mantenersi viva: viva e senza di lui. Fino a quando le ha sigillato la vagina con la colla e l’ha quasi uccisa.
Tutti questi uomini sono completamente normali. La prima coppia che hanno ammazzato Lucia sono un uomo e il suo figliastro cui il primo stava insegnando come si trattano le ragazze: gli stava insegnando a divertirsi.
Il gruppo di Pamplona era il classico branco maschile che esce a caccia in ogni festa, uomini integrati, con lavoro, le cui famiglie non immaginano che siano stupratori, uomini con spose e vita normale.
Il terzo è un marito lasciato che si vede privato improvvisamente da quella vagina che crede sua.
E a ogni assassinio lo stesso problema: se avesse denunciato oppure no. Basta con l’assunto della denuncia. Basta fissarsi se avesse denunciato o no. Ci uccidono con la denuncia e senza di essa, con l’ordine restrittivo e senza. Ci ammazzano e ci stuprano perché il patriarcato non ci considera pienamente umane, perché ci immaginano cose, perché c’è un sistema di rappresentazione simbolica e materiale in cui ci fanno apparire come cose scopabili di proprietà maschile e perché questa mascolinità è bene apprezzata ovunque si eserciti, si rafforza quanto più scopano e quanto più si impongono sopra quei corpi che immaginano sempre inerti a loro disposizione.
Il danno non esiste nella immaginazione degli aggressori, perché possono soffrire solo i vivi e gli uguali e perché questi corpi disumanizzati non soffrono come umani.
Fino a quando non poniamo attenzione a loro, su come si costruisce questa mascolinità violenta, su come apprendono gli uomini a relazionarsi con le donne, su come ci vedono, ci immaginano e dove hanno appreso a immaginarci così.
Fino a quando non distruggeremo queste immagini, non ci sarà nulla da fare. Continueranno a immaginarci come morte e qualcuno di loro ci ammazzerà realmente.
Ed io ho ancora il sorriso di Lucia inchiodato nel profondo. E mi costerà molto liberarmi di lei. Aveva sedici anni, era una bambina. Dedichiamo qualche secondo per pensare al suo dolore. E, da qui, pensiamo a questo sistema fondato sulla disumanizzazione delle donne: cose a disposizione di loro.
Questo è il funzionamento di base del sistema patriarcale, che non dice che devi usare la violenza ma solamente disumanizzarci e da questo, tutta la violenza possibile.
(traduzione di Anita Silviano)

venerdì 22 febbraio 2013

Per la stampa, la vittima è Pistorius


Marta Mediano García - pikara magazineSe l'assassino/maltrattatore si chiama Manolo e vive a Villacañas,la giornalista intervisterà i suoi vicini: "era una persona molto buona", "faceva tutto per lei e la famiglia" e chiuderà il pezzo elencando per quel mese, il numero delle vittime di violenza machista.

Se il presunto omicida si chiama Oscar Pistorius - fra l'altro, marcando bene il "presunto", la storia non è che cambi, però mette in evidenza tutte le contraddizioni del discorso sessista dei media.

Poiché Pistorius è l'eroe nazionale di una comunità minoritaria e bianca in Africa,il  prototipo dell'uomo bianco europeo in grado di superare qualsiasi avversità e raggiungere il successo, il fatto che avrebbe presumibilmente sparato alla fidanzata, provocandone la morte,ha prodotto una piccola agitazione internazionale. Si sono organizzati incontri paralleli nei telegiornali, programmi speciali in prima serata e decine di editoriali sui principali quotidiani."
Per risarcire la vittima? Per analizzare il perché di questa violenza contro le donne?
No. Solo perché  l'onestà di questo uomo di successo non poteva essere messa in discussione.
Le vittime sono un'altra volta di più, aggredite e colpite, subendo l'umiliazione anche dopo la morte,un vero e proprio attacco sulla condizione umana premeditato e a sangue freddo.
Non v'è traccia di esse nelle notizie, nessuno le nomina. Di Reeva non si sa che la sua professione e il nome perché la stampa la definisce come una modella con aspirazioni televisive.
Il dramma non è che ogni giorno milioni di donne sono vittime di una qualche forma di violenza maschile. Né che molti di esse perdono la vita per mano di un uomo.Il dramma non è la loro assenza avvolta nel silenzio. Primo strato. Poi, un altro strato. Decine di giri che assicurano al colpevole l'impunità. Il dramma non è che nessuno può alzare la voce per tutte loro, che si imponga il ricordo che non furono importanti, così importanti per vivere ed essere ricompensate.

Il dramma nei mezzi di comunicazione è che Pistorius lascia i sudafricani, gli amanti dell'atletica e gli uomini occidentali, orfani di un leader da seguire. La tragedia è il dover rinunciare a partecipare alla prossima gara,causa l'apertura del procedimento giudiziale per l'assassinio della sua fidanzata,l'atleta di 26 anni non potrà competere in Australia, Brasile, Stati Uniti e Manchester.

Questa peggiore prova dei media, una la scopre quando è a casa ammalata. Sono stata diversi giorni a casa cercando di alleviare  il mio malessere e solitudine, davanti alla scatola idiota. Alle quattro del pomeriggio, Pistorius è di nuovo al centro di un programma: " La sua ragazza stava per entrare in un reality e questo buon uomo aveva paura, a causa della sua disabilità, di non essere all'altezza delle circostanze"

E'aberrante ascoltare come si possa essere capaci di giustificare in tale modo,la violenza sulle donne,non solamente strappare ad esse la vita,ma anche la dignità e oltre tutto,la vittima è nominata marginalmente, come il vetro che si rompe accidentalmente facendo scoprire che il ragazzo monello,anche se punito, era uscito per giocare a palla.
Davanti al giudice, Pistorius piange sconsolato. Anche Manolo l'avrà fatto quando  la Guardia Civile è andato a prenderlo.. Tutti i suoi amici sia che fossero giocatori del Manchester City, sia che fossero la band del Bar  Montes” attestano che "l'amava teneramente, era il più grande". Naturalmente lo affermano a tutto campo, conoscenti e amici:  né Reeva né la donna anonima si erano mai lamentate del trattamento dei loro partners.
Però nessuno mai si chiede se è possibile quando si convive con la paura di morire. 

giovedì 29 novembre 2012

DE-scrivere il patriarcato: il mito della passività




La tematica della violenza contro le donne, che si tratti di stupro o di femminicidio, contiene in sé stessa il concetto di “vittima/carnefice”. Binomio classico dal punto di vista psicologico: dove c’è vittima c’è carnefice, e dove c’è carnefice, c’è vittima. Il gioco delle parti è conosciuto e chiaro. La povera, debole, indifesa donna che soccombe di fronte alla cieca violenza del carnefice, impersonificato da colui che avrebbe dovuto “difenderla” e “accudirla”.

Cerchiamo di analizzare questo rapporto, dal punto di vista psicologico, per capirne le implicazioni, e per tentare di trarne indicazioni utili al suo superamento.


La donna, nella società patriarcale, è vittima designata. Non ha diritti, perché non ha autonomia. Non ha autonomia, perché non possiede indipendenza economica e psicologica. Madre e moglie, questo deve essere, e SOLO in nome di questo, può, eventualmente, richiedere il rispetto. E, al massimo, può chiedere di essere “accudita”, “difesa”. Come persona non se ne parla, infatti la società patriarcale non prevede per la donna lo status di “persona”, al massimo di madre, rispettabile come tale, e moglie, un po’ meno rispettabile, poi c’è sempre l’alternativa della “puttana” ossia di quella che non è né madre né moglie, quella non ha diritto al rispetto.

Proviamo a ribaltare il concetto: la donna ha diritto al rispetto in quanto PERSONA,  persona con una sua propria individualità, un suo progetto di vita, una realtà personale che richiede il rispetto a prescindere. 

Questo fa paura. Il patriarcato non l’accetta, la donna non è persona, è moglie, e deve essere rispettata in quanto tale, è madre, e deve essere rispettata in quanto tale, ma non è PERSONA e in quanto tale non deve essere rispettata, per cui, se una donna non rispetta il suo ruolo, e pretende di essere persona, può, anzi deve essere violata, violentata, picchiata, uccisa
.
La donna non è passiva, è soggetto attivo della propria vita e della società. La donna non è specie protetta come i panda del wwf.

La donna è persona, è soggetto sociale e politico, e la violenza contro di lei è VIOLENZA POLITICA contro la sua individualità di persona.
Il patriarcato ha la capacità di inglobare e vanificare, attraverso la mistificazione, ogni legittima aspirazione delle donne. La donna come vittima, e l’autoidentificazione delle donne stesse come vittime, fa il gioco del patriarcato.
Siamo noi stesse a doverci allontanare dal concetto di noi stesse come vittime, come “anello debole” della società, e a reclamare il rispetto che ci è dovuto come persone.

Porre l'accento sul concetto di persona e non di vittima, consente di smascherare ed impedire tutte quelle politiche securitarie, sessiste e razziste, poste in essere in questi anni, dagli enti ed organismi statali (ronde, bus rosa, ecc..). 
Politiche pubbliche che, ancora una volta, delegittimano e squalificano le donne, le rinchiudono nel cerchio vizioso di esseri vulnerabili, di fatto, continuando a inferiorizzarle, discriminarle a svalutarle come soggetti e come cittadine. Inoltre, la violenza fisica, il femminicidio sono le forme più estreme della violenza di genere che subiscono le donne in casa, sul lavoro, in tutti gli ambiti e settori della loro vita quotidiana. La struttura patriarcale e capitalista con le sue politiche dei tagli alle risorse, privatizzazioni dei servizi pubblici, flessibilità del mercato del lavoro, leggi razziste sull'immigrazione, intensifica la marginalizzazione delle donne creando e/o mantenendo una dipendenza economica e sociale, impedendo di liberarsi da situazioni di grave conflittualità relazionale. Essere riconosciute persone ci fa soggetti di diritti e non esseri vulnerabili, bisognose di tutori. Per questo contro il binomio carnefice-vittima diciamo basta ad un sistema che si fonda sulla diseguaglianza, sulla discriminazione, sullo sfruttamento; diciamo basta ad un maschilismo protezionista, che perpetua la violenza contro le donne, che sostenta le strutture sociali androcentriche. 
Noi donne non vogliamo più sbarre protettive che servono per il controllo dei nostri corpi e per il dominio patriarcale-capitalista.

La violenza contro la donna nasce dalla paura della liberazione della donna. 


Ma è dalla liberazione dal bisogno, dai mandati e privilegi patriarcali, dall'amore per noi stesse, che possiamo porre fine alle discriminazioni, alla violenza e all'odio di genere.
Il dualismo “vittima – carnefice” è un rapporto a doppia via: la vittima si fa vittima e lascia spazio al carnefice, il carnefice approfitta e accontenta la vittima. Basta con questa mistificazione.
Il rapporto vittima carnefice si basa sul senso di colpa della vittima, che, se è vittima, in fondo è colpa sua.
Già, perché la “vittima” è tale in quanto non accetta il suo destino, perché cerca di autodeterminare la sua vita, perché rifiuta, perché dice NO.
Non è certo un caso che la stragrande maggioranza dei femminicidi avvenga nella coppia, e che la violenza venga scatenata dal rifiuto della donna di continuare la relazione. La donna che fa una scelta di indipendenza, che rifiuta la “protezione”, che si ribella al possesso, deve pagare con la vita.
E’ la liberazione che fa scatenare la bestiale reazione del patriarcato,  che non permette deroghe alla sua sopraffazione.
Ma è il ricatto psicologico alla base di tutto, ed esso comincia molto prima che si consumi la violenza vera e propria. Comincia con l’idea che la donna, in nome di un “amore” che assomiglia più al bisogno che alla libertà, debba “sacrificarsi” per “meritare” tale “amore”.
L’”angelo del focolare” subisce ed è grata dell’attenzione dell’uomo, che attraverso tale attenzione le conferisce dignità.
Lo stereotipo della “zitella” è il più chiaro di questi meccanismi. La zitella è colei che non si è “meritata” l’attenzione e la “protezione” di un uomo!
Ma questa “protezione” non è scontata, si può perdere in qualsiasi momento, basta dar segni di insofferenza e manifestare il desiderio di camminare da sola. La protezione-gabbia, diventa violenza cieca.

La “vittima” designata ha paura. 
Paura di perdere l’”amore” dell’uomo, paura di perdere lo status che le conferisce rispetto. Paura del mondo esterno che è vissuto come estraneo e sconosciuto, non alla sua portata.
Scrive l'antropologa, Paola Tabet:
Lo statuto e il valore più o meno coincidono nel trattamento che ne fanno le società. Un rapporto di potere? Se una persona – o meglio una classe intera di persone – non ha diritto alla propria sessualità, se fin dalla nascita è destinata a entrare in un rapporto dove dipenderà da un’altra persona e in cambio del mantenimento e di una posizione di legittimità sociale dovrà dare servizi sessuali, domestici e riproduttivi, quando questa persona per di più entrerà in questo rapporto in maniera non contrattuale, ossia per essere chiari, quando questi servizi non sono oggetto di un contratto che ne definisca la misura – essi dunque non sono assolutamente quantificati – quando per di più vi è, e vi è stato in passato, la possibilità, spesso messa in atto, di costringere per mezzo della violenza questa persona a dare questi servizi, penso si possa parlare senza alcuna esitazione di un rapporto di potere. Ma il rapporto di potere è alla base dell’intera organizzazione della società. E il rapporto di potere vale anche per le forme non legittime, anche se queste si possono manifestare come forme di resistenza.
Per il momento dobbiamo constatare che il servizio sessuale delle donne per gli uomini è un fatto ovvio e indiscutibile. ( "Rapporti sociali tra i sessi e rapporti di potere" - Paola Tabet, Libera Università delle donne)

BASTA


La violenza contro le donne nasce dalla paura. NOI NON ABBIAMO PAURA.
Noi vogliamo ribaltare il rapporto patriarcale, e dire a gran voce: NON ABBIAMO BISOGNO DI VOI!!!!!!!
Solo dalla liberazione dal bisogno, dalla scelta di liberazione, dalla consapevolezza della propria individualità e dall’AMORE per NOI STESSE, nasce la rivoluzione.
Il senso di colpa, cattolico, clericale e patriarcale, ci vuole eterne vittime, bisognose di aiuto. NO GRAZIE!!!!!!!

NON ABBIAMO BISOGNO DI AIUTO, ma di rispetto, lo esigiamo, lo pretendiamo, ce lo prenderemo comunque, che vi piaccia o no.



Alcuni dati
La prima causa in Italia per la morte di giovani donne tra 16 e 44 anni è il femminicidio"...ad affermare ciò E. Rashida Manjoo, relatrice delle Nazioni Unite sulla violenza delle donne.

Gli assassini di donne sono da ricercarsi per lo più tra i famigliari:

·         mariti nel 36% dei casi
·         partner nel 18% dei casi
·         parenti nel 13% dei casi
·         figli nell’11% dei casi

Ogni 3 giorni una donna viene uccisa dal proprio compagno, sia questo marito, fidanzato o convivente.
L’Eurispes riporta un rapporto allarmante: “il fenomeno è aumentato del 300% negli ultimi 10 anni”.
I dati pubblici non tengono presente delle donne scomparse e non ancora trovate, o di coloro di cui, benché rinvenuto il cadavere, non è stata possibile l’identificazione.


domenica 21 ottobre 2012

Vite spezzate in nome del nulla

Il recente femminicidio di Palermo fa riflettere:
Un giovane di 23 anni, figlio di imprenditori, a detta degli inquirenti "di intelligenza inferiore alla media", dedito alla palestra e a facebook, esce di casa con un coltello per andare ad ammazzare la ragazza che non lo vuole più. Uccide sua sorella, e ferisce lei. 
La società non può non interrogarsi sul perchè di questa tragedia, la 100esima dall'inizio dell'anno. 
Perchè è OVVIO che le responsabilità non risiedono solo nell'anima persa di questa ragazzo perso, colpevole di rispondere ai dettami di un mondo che vuole le donne proprietà privata dell'uomo (uomo?) che anche per poco tempo, per lo spazio di un secondo di una vita adolescente, le possiede.
Questa ragazza che voleva difendere sua sorella, rappresenta tutte noi, che cerchiamo faticosamente di ricreare una "sorellanza" che in questo caso è stata vera. Tutte noi che rifiutiamo, per prima cosa, il patriarcato, il vero colpevole di questa ed altre vicende. 
Il PATRIARCATO che fa di uomini dei mostri, che distrugge le vite in nome del nulla che rappresenta.
Vite spezzate, vite di donne che avevano un futuro lungo e felice di fronte a loro, uccise dalla mano di un'idiota che, ancora una volta, agisce in nome del potere dell'uomo sulla donna.
Orrore, senza fine, senza risposta, senza senso, se non nella infinita lotta contro le donne che il patriarcato ha intrapreso da millenni, e che ancora oggi trova proseliti nella squallida idiozia di un ragazzo palestrato.

Attenzione: i mostri sono fra noi, sono ogni giorno fra noi, e si nascondono nelle pieghe dell'indifferenza di una società abituata alla morte, una società che riesce ad indignarsi solo quando il sangue scorre e distrugge vite che andavano vissute.

Attenzione: i mostri sono qui, sono vicini e non ci fanno sconti, sono pronti ad agire se non li fermiamo, e li fermiamo solo se distruggiamo la loro linfa vitale, ciò che li fa crescere e li rende forti: il PATRIARCATO che vuole che la donna sia di loro proprietà, e che non abbia scampo se decide di vivere la sua vita.

I mostri sono qui, nascosti nei volti che incontriamo in autobus, davanti alle scuole, al supermercato. Non sono pochi, sono TANTISSIMI; noi dobbiamo disarmarli facendoci forti e reclamando la nostra identità. 
DISTRUGGIAMO IL PATRIARCATO, solo così fermeremo la mattanza.

lunedì 3 settembre 2012

Codice etico per la stampa in caso di femminicidio

Femminicidio è quel tipo di violenza con la quale viene colpita una donna per il solo fatto di essere donna; si tratta di violenza sessuata, fisica, psicologica, economica, normativa, sociale e religiosa, che impedisce alla donna di esercitare appieno i diritti umani di libertà, integrità fisica e morale. La mancanza di una corretta comunicazione giornalistica dei fatti di femminicidio non aiuta la società a liberarsi di una piaga dolorosa, anzi, sostiene una cultura che non riconosce piena libertà: che è libertà di vivere come meglio si crede nel rispetto della libertà altrui. Quando la stampa nazionale o locale si focalizza solo sui sentimenti, sulle frustrazioni, sulla vita dell’uomo che ha compiuto violenza o omicidio e cancella completamente i sentimenti, la vita e i desideri della donna vittima, allora la comunicazione viene deviata in un racconto del fatto dal punto di vista unico del carnefice, contribuendo a spettacolarizzare la violenza o a presentarla come l’atto isolato e scellerato di un uomo: eppure le statistiche, gli studi e le esperienze personali ci dicono che non è quasi mai un atto singolo che porta alla morte di una donna, ma un continuum di violenza che viene considerata normale da sopportare o da far sopportare ad una donna. Per questo chiediamo alla stampa di prendere in esame una proposta di codice etico per trattare della violenza in modo da non alimentarla più e non accettarla più come normale. Questa proposta che vi presentiamo è frutto di una elaborazione collettiva che ha preso le mosse dalla letteratura italiana e internazionale in merito.

1 I giornalisti e le giornaliste devono mettere in evidenza la motivazione di genere (svalorizzazione simbolica, discriminazione economica e sociale) come causa profonda della violenza contro le donne. Essi devono fare buon uso delle informazioni di casi studio e statistiche disponibili, sia quando segnalano casi di violenza contro le donne sia quando danno notizia di casi di sfruttamento sessuale e della prostituzione, collocando le notizie in un contesto più ampio che riveli la motivazione di diseguaglianza a cui sono sottoposte le donne che ne soffrono e tutte le vittime che sono femminilizzate (discriminate come se fossero donne – ad esempio omosessuali, transessuali).
2  I giornalisti e le giornaliste devono scegliere con cura il linguaggio da utilizzare per dare conto di casi di femminicidio, evitando di comunicare in modo anche implicito che la vittima sia da biasimare per qualche motivo legato al suo essere donna e al suo abbigliamento o atteggiamento, ai suoi orari e abitudini.
3 I giornalisti e le giornaliste devono inoltre rappresentare i personaggi della notizia come uomini e donne veri, reali, evitando accuratamente di ricorrere a stereotipi che li incasellano in ruoli patriarcali privi di attinenza con il fatto specifico e reale (l’innamorato pazzo, il marito deluso e depresso, la mogliettina che sopporta, la ex fidanzata come preda perché in passato era in possesso dell’aggressore-fidanzato).
4 I giornalisti e le giornaliste devono in ogni modo evitare di usare l’equazione “odio uguale amore” e mai utilizzare frasi che possano giustificare in qualche maniera simbolicamente la violenza come gesto sconsiderato o addirittura “folle” e quindi non del tutto legato alla responsabilità individuale. Da evitare in senso assoluto anche il presentare la violenza sessuale, domestica, e il femminicidio come amore passionale incontrollato con frasi dal vago sapore romanzato e romantico (follia d’amore, pazzia d’amore, amore e sangue) – La violenza e l’omicidio sono i più gravi crimini che si possono compiere contro un altro essere umano donna o uomo.
5 I giornalisti e le giornaliste devono evitare di esemplificare i casi di violenza contro le donne, o contro altre vittime femminilizzate, con la teoria del ciclo di violenza che inserisce i soggetti violenti in una quasi giustificazione del loro operato a causa di un’infanzia con esperienza di violenza, o a causa di esperienze violente in qualche modo patite. Dovrebbero anche evitare di presentare le violenze come causate semplicemente dal consumo di alcool o da altri problemi sociali o disagi psichici.
6 I giornalisti e le giornaliste devono rispettare la privacy e la dignità delle vittime, rispettare la dignità delle vittime significa anche non utilizzare senza consenso foto delle vittime, e tantomeno foto in cui le vittime siano rappresentate in momenti gioiosi o in abiti succinti – Rispettare una persona che soffre a causa di una violenza subita riguarda anche l’uso che si fa della sua immagine.
Femminismi, donne di Fano-Pesaro-Urbino

http://femminismi.wordpress.com/

giovedì 16 agosto 2012

C'è chi ancora nega l'esistenza del femminicidio


Facebook è solo un social-network, si sa, e il peso delle opinioni espresse attraverso il canale telematico viene comunemente considerato come relativo.
Ma si può davvero parlare di relatività quando ci si riferisce ad opinioni espresse in merito del femminicidio? Si può davvero dare poco peso alle parole di persone che definiscono il femminicidio come un’operazione mediatica?



L’episodio in questione risale a qualche tempo fa. Ma non è l’unico.
Chi frequenta l’ambiente dei social-network, nel tentativo di diffondere una cultura di genere, lo sa bene. Si legge di tutto. E i maschilisti che sbandierano il proprio orgoglio virile e misogino sono solo una parte di quello che fa rabbrividire. Capita, per esempio, che ci si imbrigli in conversazioni ai limiti del paranormale con donne che si definiscono femministe “intelligenti” o "serie" differenziandosi dalle “nazifemministe” [nazifemminismo: ossimoro, categoria concettuale utilizzata per calunniare i movimenti femministi, poiché nessun movimento femminista – nel corso della storia – è mai stato nazista o a favore dell’oppressione degli esseri umani].

Riprendo questo episodio per rispondere una volta per tutte alle persone – ahimè, numerose – che si ostinano a negare l’esistenza di un fenomeno che da sempre esiste, che da sempre rappresenta una piaga sociale trasversale alle culture, ai luoghi, ai contesti e alle epoche, un fenomeno che ancora oggi continua ad essere misconosciuto. E, Le Arrabbiate lo dicono sempre, “ciò che non si nomina non esiste”. Parlare di femminicidio significa dare legittimità ad una realtà che esiste. Ostinarsi a parlare di violenza, come se la variabile “sesso - genere femminile” non abbia alcuna rilevanza, significa rendersi complici di una cultura e di una impostazione societaria che chiude un occhio (se non tutti e due) di fronte alle sempre più numerose morti e violenze ai danni delle donne. A chi mai verrebbe in mente di dire che non esiste la pedofilia, che questo concetto è un prodotto mediatico perché la violenza riguarda tutti? A nessuno, temo. Le eccezioni si sollevano solo quando si tratta di donne (e, se vogliamo dirla tutta, quando si tratta di tutte le categorie che minano l’eteronormatività e il patriarcato: donne, persone omosessuali e bisessuali, persone transgender, intersessuali, crossdresser, queer).

Rispondiamo a chi misconosce e rinnega l’esistenza del femminicidio, diffondendo un documento redatto dall’avvocata Barbara Spinelli, che riporta quanto emerso nel corso della 20° Sessione del Consiglio dei Diritti Umani, presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra, in data 25 giugno 2012: Rashida Manjoo - Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne – ha presentato, per la prima volta, il Rapporto Tematico Annuale sugli Omicidi Basati sul Genere, ed il Rapporto sulla Violenza, sulla scorta delle sua missione in Italia lo scorso gennaio.

Rispondiamo a chi, chiudendo gli occhi, nega l'esistenza del femminicidio in quanto piaga sociale, con le parole usate dalla Special Rapporteur dell’ONU Rashida Manjoo nel suo discorso per il panel della società civile: “Il femmicidio è l’estrema conseguenza delle forme di violenza esistenti contro le donne. Queste morti non sono isolati incidenti che arrivano in maniera inaspettata e immediata, ma sono l’ultimo efferato atto di violenza che pone fine ad una serie di violenze continuative nel tempo.”


L’ONU AI DELEGATI DI TUTTI I GOVERNI DEL MONDO: È ORA DI AGIRE CONTRO IL FEMMINICIDIO

(di Barbara Spinelli)
Al Consiglio dei Diritti Umani è stato presentato il primo Rapporto tematico mondiale sugli omicidi basati sul genere

E’ del 2002 la notizia che la violenza maschile sulle donne costituisce la prima causa di morte al mondo per le donne tra i 16 ed i 44 anni. Da allora, troppo poco è stato fatto dagli Stati a livello nazionale per contrastare gli omicidi di donne basati sul genere, e quella violenza in famiglia che troppo spesso (nel 70%  dei casi) li precede. Le Nazioni Unite tuttavia non sono rimaste insensibili a questa macroviolazione dei diritti umani. Già il Comitato per l’attuazione della Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne aveva chiesto a vari Stati, tra cui al Messico ed all’Italia (unico Paese europeo, nel 2011), di adottare misure specifiche per il contrasto al femminicidio, evidenziando come l’aumento dei casi potesse evidenziare un fallimento delle Autorità nel proteggere le donne dalla violenza, soprattutto domestica. Ma il 25 giugno 2012 è stato un giorno epocale per la lotta alla violenza maschile sulle donne: per la prima volta, ai delegati di tutti i Paesi del Mondo, riuniti a Ginevra, nel Palazzo delle Nazioni Unite, al Consiglio dei Diritti Umani, è stato sottoposto un Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo.
Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere

Il Rapporto tematico sugli omicidi basati sul genere, elaborato dalla Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, Rashida Manjoo, è frutto di numerose consultazioni. In particolare, è stato preceduto nell’ottobre 2011 da un seminario convocato a New York dalla Relatrice Speciale, che ha coinvolto 25 esperti provenienti da diverse aree geografiche, appartenenti al mondo universitario, alle organizzazioni della società civile, ad agenzie delle Nazioni Unite, tutti con comprovate competenze tecniche e professionali in materia di femminicidio. A quell’incontro, nel quale io sono stata invitata in qualità di esperta per l’area europea, si è fatto il punto della situazione sul riconoscimento dei concetti di femmicidio e femminicidio a livello teorico. Ogni esperto ha esplorato le differenti manifestazioni del femminicidio nelle varie aree geografiche, e la risposta delle Istituzioni, con particolare riguardo alle buone pratiche instaurate per garantire una effettiva protezione delle donne dalla rivittimizzazione. Al termine, è stata analizzata la giurisprudenza rilevante a livello regionale e internazionale. La Relatrice Speciale, nel suo rapporto tematico non ha usato mezzi termini nell’affermare che “a livello mondiale, la diffusione degli omicidi basati sul genere, nelle loro diverse manifestazioni, ha assunto proporzioni allarmanti” e che “culturalmente e socialmente radicati, continuano ad essere accettati, tollerati e giustificati, e l’impunità costituisce la norma”. Il diverso significato dei concetti di femmicidio e femminicidio viene ricostruito meticolosamente, riconoscendo che questi termini sono diventati di uso comune grazie alle lotte del movimento femminista, “come alternativa alla natura neutra del termine omicidio, che trascura la realtà di disuguaglianza, oppressione e violenza sistematica nei confronti delle donne”, e per creare una vera e propria “resistenza” a questa forma di violenza letale. Rashida Manjoo non manca di notare una certa ipocrisia in chi continua a definire gli omicidi basati sul genere “delitti passionali” in Occidente, come atto di un singolo individuo, e “delitti d’onore” a Oriente, quale esito di pratiche religiose o culturali. Questa dicotomia, spiega la Relatrice richiamando l’ottima criminologa Nadera Shaloub Kevorkian, esprime una visione concettuale semplicistica, discriminatoria e spesso stereotipata, che oscura l’intersezionalità dei fattori politici, economici, sociali, culturali, e di genere che riguardano tutte le donne del mondo”. Gli omicidi basati sul genere nel Mondo si manifestano in forme anche diverse tra loro. Qualsiasi sia la forma in cui si manifestino, viene chiarito in via definitiva che “Non si tratta di incidenti isolati che accadono all’improvviso, inaspettati, ma rappresentano piuttosto l’ultimo atto si un continuum di violenza”.  Ed infatti, la forma di femminicidio che accomuna tutte le donne del mondo è proprio l’uccisione a seguito di pregressa violenza subita nell’ambito della relazione d’intimità. Altre forme di femminicidio sono quelle legate alle accuse di stregoneria o di magia, diffuse in alcuni Paesi dell’Africa, dell’Asia e delle isole del Pacifico; gli omicidi di donne commessi in nome “dell’onore”; i ginocidi perpetrati nell’ambito dei conflitti armati; le uccisioni di donne a causa della dote, assai diffusi in alcuni Paesi dell’Asia meridionale; gli omicidi di donne indigene e aborigene; le forme estreme di accanimento sui corpi delle donne in cui sono coinvolte la criminalità organizzata e le organizzazioni paramilitari; le uccisioni a causa dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere (che sono in continuo aumento, tanto che il Consiglio dei Diritti Umani ha adottato una risoluzione rivoluzionaria sulle violazioni dei diritti umani basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, la n. 17/19); e le altre forme di uccisioni correlate al genere, come la pratica del sati (le vedove indiane bruciate vive sulla pira funeraria del marito)  o l’aborto dei feti e l’uccisione delle bambine in quanto donne. Un aspetto significativo di questo Rapporto tematico è la condanna dei media che spesso, nel riportare delle  uccisioni di donne, “hanno perpetuato stereotipi e pregiudizi”, ma che tuttavia, in mancanza di una raccolta dati ufficiali, riportando informazioni sulla relazione autore/vittima e su eventuali pregresse violenze, spesso “hanno aiutato le associazioni di donne a a distinguere i femminicidi dagli altri omicidi di donne”. La Relatrice Speciale ha individuato, tra le sfide principali per prevenire e contrastare il femminicidio: la difficoltà di una trasformazione sociale profonda in generale, le difficoltà nell’accesso alla giustizia, l’assenza o insufficienza di un discorso basato sui diritti umani nell’approccio agli omicidi di donne; la cecità delle disuguaglianze strutturali e la complessa intersezione tra le relazioni di potere nella sfera pubblica e privata, che rimane la causa più profonda delle discriminazioni sessuali e basate sul genere.
Le raccomandazioni

La Relatrice speciale invita gli Stati a utilizzare categorie adeguate per la classificazione degli omicidi di donne, che tengano conto della dimensione di genere, e di adottare gli indicatori ONU per la raccolta disaggregata dei dati. Sottolinea l’importanza di una corretta informazione sul tema da parte dei media, di un’adeguata valutazione del rischio, della previsione di strumenti di tutela civili e penali, e dell’importanza di poter disporre di servizi sociali e di case rifugio in numero adeguato. Evidenzia come, nei casi di crisi o debolezza delle Istituzioni, l’impunità dovuta alla corruzione e alla rinuncia da parte dello Stato a offrire tutela giurisdizionale renda possibili e favorisca gravissime violazioni dei diritti fondamentali delle donne. Suggerisce  che un Protocollo di azione, rivolto alla magistratura, alle forze dell’ordine e ai politici, potrebbe essere utile a definire linee guida basate su standard internazionali per la prevenzione e le indagini sui femminicidi, e potrebbe rendere più facile far valere la responsabilità internazionale degli Stati per la loro violazione. L’eliminazione della violenza sulle donne è basata sul rispetto degli standards internazionali nella previsione legale di misure di protezione, nell’adozione di politiche  adeguate, e nella promozione di una cultura del rispetto e non discriminatoria. In sostanza,  l’unica soluzione sta in un approccio olistico alle cause strutturali di discriminazione, oppressione e marginalizzazione delle donne, che preveda azioni sul piano politico, operativo, giuridico e amministrativo.
La reazione degli Stati alla presentazione del Rapporto tematico sul femminicidio

La maggior parte delle delegazioni governative presenti ha accolto con ampio favore il Rapporto Tematico, ringraziando la Relatrice Speciale ed impegnandosi a perseguire a livello nazionale ed internazionale gli obbiettivi indicati. Le uniche note critiche sono venute dall’Algeria, che ha affermato che il suo codice penale punisce qualsiasi persona responsabile di violenza nei confronti di un’altra persona, aldilà del genere, e che quindi era necessario che il rapporto non avesse incluso aspetti controversi non riconosciuti dal diritto internazionale, e dall’Egitto che, analogamente, si è espresso in totale disaccordo con il legame individuato nel Rapporto  tra discriminazione nei confronti di donne e bambine e gli omicidi e che ha “rigettato categoricamente”  il tentativo compiuto dalla Relatrice Speciale di introdurre nozioni estranee al quadro internazionale dei diritti umani e delle obbligazioni degli Stati, come le nozioni di orientamento sessuale e identità di genere.
Il ruolo della società civile: la storia siamo noi

La Piattaforma CEDAW è stata presente a Ginevra, ed ha attivamente preso parte ai lavori. Sono state presentate tre dichiarazioni scritte e gli interventi orali si sono alternati sia nell’ambito del dialogo interattivo (Giuristi Democratici e centro antiviolenza di Parma) sia nell’ambito del dibattito generale (Pangea e D.i.re). Inoltre, abbiamo organizzato un evento parallelo per approfondire il dibattito, con un panel di relatori nazionali ed internazionali. La Relatrice Speciale nel Rapporto tematico ha affermato che “la formulazione di istanze basate sul riconoscimento dei propri diritti fondamentali da parte delle donne, resta un’importante strumento strategico e politico per l’empowerment delle donne e per fronteggiare le violazioni dei diritti umani”. E’ così. Ce lo dimostrano i risultati ottenuti nel contrasto al femminicidio dalle donne messicane, ma ce lo dimostra anche la nostra storia. C’è una parte di società in Italia che ha modo di vedere con i suoi occhi quanto fa male la violenza maschile sulle donne: non fa male solo alla donna che viene picchiata o umiliata ogni giorno nell’inferno di casa sua, ma fa male anche all’azienda in cui lavora, per i giorni di malattia che si prende e la perdita di produttività, e fa male al sistema sanitario, e alla democrazia in generale. C’è una parte di società, uomini e donne, che ha voglia di raccontare l’entusiasmo di lavorare in rete per contrastare la violenza nelle relazioni di intimità, e le frustrazioni legate alla mancanza di fondi per farlo: dai soldi che mancano per la benzina delle volanti, alle case rifugio che chiudono per il mancato rinnovo delle convenzioni con gli enti locali. C’è una parte di società che ha documentato tutto questo, che ha fornito il proprio contributo all’elaborazione del “Rapporto ombra” sull’implementazione della CEDAW in Italia. Tante esperte ed esperti, tanti operatori e operatrici, tanti collettivi femministi e associazioni, tante donne sopravvissute alla violenza o alla discriminazione, hanno raccontato il loro pezzo di storia, il loro pezzo di resistenza quotidiana, fornito i dati raccolti, evidenziato le conseguenze sulle loro vite, o sulle vite delle persone che assistevano, di leggi sbagliate, ingiuste, e politiche incuranti degli effetti devastanti prodotti sulle vite delle donne. Hanno  riferito delle battaglie portate avanti per cercare un dialogo con le Istituzioni a tutela di quei diritti, e di come non sempre fossero riusciti ad ottenerlo. Tutto questo materiale, raccolto e rielaborato dal gruppo di lavoro della Piattaforma CEDAW, è stato da me tradotto nel linguaggio dei diritti: ovvero, nel “Rapporto Ombra” abbiamo identificato  le violazioni dei diritti umani delle donne in Italia, diritto per diritto, dal diritto all’istruzione, al diritto alla salute, al lavoro, e così via, fino al diritto a una vita libera dalla violenza. E, identificate tutte le violazioni, le abbiamo sottoposte all’ONU, al Comitato per l’implementazione della CEDAW. Il Comitato CEDAW, ricevute anche le corpose documentazioni ufficiali dal Governo italiano, e a seguito di un dialogo costruttivo da tra esperti del Comitato CEDAW ed esperti dei vari Ministeri,  ha ritenuto che la maggior parte delle violazioni da noi identificate fossero effettivamente tali, ed ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni molto severe, identificando come problemi principali la lotta agli stereotipi e alla violenza sulle donne. Su questi temi, il Governo italiano è chiamato a riferire nel 2013. Ma come Piattaforma CEDAW, ed in particolare Giuristi Democratici e la rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.re, nel periodo in cui preparavamo il Rapporto Ombra, abbiamo anche invitato in Italia la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, per proporre tre giorni di incontri e seminari sugli strumenti internazionali di tutela dei diritti delle donne. In quei giorni la Relatrice Speciale ebbe modo di conoscere dalla società civile le cause e le conseguenze della violenza sulle donne in Italia. Successivamente, decise di chiedere al Governo italiano la possibilità di venire in Italia in visita ufficiale, possibilità che fu prontamente accordata. La Missione, avvenuta dal 15 al 26 gennaio 2012, ha permesso alla Relatrice di poter ottenere informazioni dirette dalle Istituzioni, attraverso incontri con esperti dei vari Ministeri, esponenti della Magistratura e altri organismi, che l’hanno ricevuta ufficialmente ed hanno dialogato con Lei, rispondendo alle sue domande e offrendole informazioni rilevanti. Il Governo le ha anche concesso la possibilità di visitare carceri e C.I.E., e di parlare con donne detenute e trattenute, in privato. Inoltre, ci sono stati gli incontri  con la società civile: dalle operatrici dei centri antiviolenza, alle mediatrici culturali, a medici, avvocate, psicologhe, accademiche, associazioni filogovernative e organizzazioni non governative, collettivi, e poi vittime di violenza o di discriminazioni. Si è creata una rete di contatti e relazioni per documentare attraverso resoconti documentati, dati, ricerche e storie di vita vissuta una realtà che le Istituzioni si ostinano a non voler vedere, quella del percorso a ostacoli che devono affrontare le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza e gli operatori che le assistono. La Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne,  In contemporanea al Rapporto tematico sul femminicidio, davanti al Consiglio dei Diritti umani dell’ONU a presentato anche il Rapporto sulla Missione in Italia, che contiene delle Raccomandazioni specifiche rivolte alle Istituzioni italiane su quali azioni è necessario porre in essere per il futuro per il contrasto alla violenza maschile sulle donne e la prevenzione del femminicidio. E’ evidente che il protagonismo della Piattaforma CEDAW e della rete nazionale dei centri antiviolenza (DIRE), nonché di tutte quelle realtà femminili e femministe che vi orbitano intorno e che hanno apportato dati fondamentali all’elaborazione delle istanze promosse davanti all’ONU (si pensi al prezioso lavoro di Femminismo ASud sulla PAS o dell’ASGI sulla condizione delle donne migranti e le problematiche relative alle azioni antidiscriminatorie, ma l’elenco sarebbe davvero troppo lungo) ha reso possibile la definizione da parte delle Nazioni Unite di indicazioni ben precise circa le politiche e le modifiche legislative che devono essere poste in essere per garantire, in concreto, miglioramenti per le donne italiane nell’accesso e nel godimento dei loro diritti fondamentali. Più che mere indicazioni, si tratta di vere e proprie obbligazioni internazionali che il Governo italiano è chiamato ad adempiere, e della cui violazione può essere chiamato a rispondere. Spetta a tutte/i noi, ora, fare si che queste raccomandazioni vengano rispettate e che venga data attuazione alle misure richieste. Credo che il protagonismo di tutte/i coloro, singole e associazioni, che hanno partecipato sia al percorso che ha portato alla presentazione del Rapporto Ombra CEDAW  sia alle consultazioni con la Relatrice Speciale nel corso della sua visita ufficiale, vada riconosciuto e ringraziato, unitamente alla sensibilità di quei media che hanno dato visibilità alle raccomandazioni, output di questo percorso. E’ stato solo grazie a questa rete informale che questi risultati sono stati possibili, ed è un meraviglioso esempio di partecipazione politica  e di protagonismo civile per la trasformazione sociale. “Be the change you wish to see in the world”, diceva Ghandi. Il merito mio e della Piattaforma CEDAW è stato solo quello di avere fatto da regia e da cassa di risonanza delle rivendicazioni provenienti dalla società civile, e di averle portate all’attenzione delle Nazioni Unite nella forma e con le modalità adeguate. Ora si tratta di andare avanti, in un processo che da un lato deve tendere alla responsabilizzazione istituzionale su queste tematiche, e dall’altro al progressivo superamento dei personalismi e delle strategie di etichettamento che fino ad oggi hanno ostacolato l’efficacia dell’azione dei gruppi femminili, andando invece verso l’identificazione ed il perseguimento di obbiettivi comuni che vedano uniti tutti e tutte per la rivendicazione di misure adeguate per la prevenzione e protezione delle bambine, donne, lesbiche, trans, queer ed intersessuali dalla violenza basata sul genere e sull’orientamento sessuale.

lunedì 23 luglio 2012

Quando i mass-media normalizzano i femminicidi

Nel maggio 2012, l'Avvenire pubblica un articolo intitolato "Fedeltà. Per tutti l'unico antidoto alle passioni criminali", firmato da Maurizio Patriciello.

E' solo uno dei milioni di esempi di come i mass-media si accostino al tema della violenza di genere e dei femminicidi, tuttavia questo esempio è particolarmente grave. Grave perché l'articolo in questione si fa portatore di un'idea ben definita: l'infedeltà della moglie causa la sua morte per mano del marito.

[...] il tradimento, anche il più insignificante, è un veleno mortale per la vita di coppia, e che può indurre a macchiarsi di atti insensati. Nulla, infatti può attenuare la responsabilità di un atto di violenza, e ancor di più se contro la donna. Resta il fatto che non è giusto ingannare il prossimo facendo balenare l'idea che il tradimento potrebbe essere un gioco.

"Atto insensato" è l'ennesimo modo - che si somma a "raptus", "follia", "omicidio passionale" - per chiamare il femminicidio.

Partendo da questo spunto agghiacciante, abbiamo voluto offrire un piccolo contributo che riassumesse la modalità che i media utilizzano per parlare degli omicidi commessi per odio di genere.
Perché "le parole sono azioni" (L. Wittgenstein, 1953, "Ricerche filosofiche").