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venerdì 22 febbraio 2013
Per la stampa, la vittima è Pistorius
Marta Mediano García - pikara magazineSe l'assassino/maltrattatore si chiama Manolo e vive a Villacañas,la giornalista intervisterà i suoi vicini: "era una persona molto buona", "faceva tutto per lei e la famiglia" e chiuderà il pezzo elencando per quel mese, il numero delle vittime di violenza machista.
Se il presunto omicida si chiama Oscar Pistorius - fra l'altro, marcando bene il "presunto", la storia non è che cambi, però mette in evidenza tutte le contraddizioni del discorso sessista dei media.
Poiché Pistorius è l'eroe nazionale di una comunità minoritaria e bianca in Africa,il prototipo dell'uomo bianco europeo in grado di superare qualsiasi avversità e raggiungere il successo, il fatto che avrebbe presumibilmente sparato alla fidanzata, provocandone la morte,ha prodotto una piccola agitazione internazionale. Si sono organizzati incontri paralleli nei telegiornali, programmi speciali in prima serata e decine di editoriali sui principali quotidiani."
Per risarcire la vittima? Per analizzare il perché di questa violenza contro le donne?
No. Solo perché l'onestà di questo uomo di successo non poteva essere messa in discussione.
Le vittime sono un'altra volta di più, aggredite e colpite, subendo l'umiliazione anche dopo la morte,un vero e proprio attacco sulla condizione umana premeditato e a sangue freddo.
Non v'è traccia di esse nelle notizie, nessuno le nomina. Di Reeva non si sa che la sua professione e il nome perché la stampa la definisce come una modella con aspirazioni televisive.
Il dramma non è che ogni giorno milioni di donne sono vittime di una qualche forma di violenza maschile. Né che molti di esse perdono la vita per mano di un uomo.Il dramma non è la loro assenza avvolta nel silenzio. Primo strato. Poi, un altro strato. Decine di giri che assicurano al colpevole l'impunità. Il dramma non è che nessuno può alzare la voce per tutte loro, che si imponga il ricordo che non furono importanti, così importanti per vivere ed essere ricompensate.
Il dramma nei mezzi di comunicazione è che Pistorius lascia i sudafricani, gli amanti dell'atletica e gli uomini occidentali, orfani di un leader da seguire. La tragedia è il dover rinunciare a partecipare alla prossima gara,causa l'apertura del procedimento giudiziale per l'assassinio della sua fidanzata,l'atleta di 26 anni non potrà competere in Australia, Brasile, Stati Uniti e Manchester.
Questa peggiore prova dei media, una la scopre quando è a casa ammalata. Sono stata diversi giorni a casa cercando di alleviare il mio malessere e solitudine, davanti alla scatola idiota. Alle quattro del pomeriggio, Pistorius è di nuovo al centro di un programma: " La sua ragazza stava per entrare in un reality e questo buon uomo aveva paura, a causa della sua disabilità, di non essere all'altezza delle circostanze"
E'aberrante ascoltare come si possa essere capaci di giustificare in tale modo,la violenza sulle donne,non solamente strappare ad esse la vita,ma anche la dignità e oltre tutto,la vittima è nominata marginalmente, come il vetro che si rompe accidentalmente facendo scoprire che il ragazzo monello,anche se punito, era uscito per giocare a palla.
Davanti al giudice, Pistorius piange sconsolato. Anche Manolo l'avrà fatto quando la Guardia Civile è andato a prenderlo.. Tutti i suoi amici sia che fossero giocatori del Manchester City, sia che fossero la band del Bar Montes” attestano che "l'amava teneramente, era il più grande". Naturalmente lo affermano a tutto campo, conoscenti e amici: né Reeva né la donna anonima si erano mai lamentate del trattamento dei loro partners.
Però nessuno mai si chiede se è possibile quando si convive con la paura di morire.
sabato 8 settembre 2012
La tirannia della bellezza. Attraverso gli occhi degli altri.
Parte Prima.
Annerys Carolina Gómez
Il presente articolo è la ricostruzione di una prova finale assegnata dal prof. Hector Gutierrez G., dal titolo " Il fenomeno sociale del machismo: ideologia, problematica, alternative" del Dipartimento dei Processi Ideologici, Culturali e di Comunicazione della Scuola di Sociología, Facoltà di Scienze Económiche e Sociali, Universidad Central de Venezuela (Caracas, República Bolivariana de Venezuela) durante il secondo semestre dell'anno 2008.
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da Colsi la prima mela
ll fenomeno sociale della "tirannia della bellezza" è una questione complessa, a causa della molteplicità di fattori che entrano in gioco nel momento in cui si manifesta. Abbiamo bisogno di riflettere su di esso al fine di indicare ciò che la scrittora dominicana Denise Paiewonsky ha chiamato "l'empowerment delle sfera personale femminile"
In questo senso, la problematica socio-ideologica legata alla "bellezza egemonica" e al mantenimento e prevenzione della "eterna gioventù" ha trascinato molte donne e ragazze in un vortice di stress psicologico ed emotivo; un mondo pieno di angosce, ossessioni, appassionati sforzi e conseguenti costi di energia per il raggiungimento di questo irreale ideale che ci vende il sistema patriarcale, fino,in alcuni casi, alla morte, casi in cui la cifra vera non è stata ancora ben quantificata.
Rifletteremo sulla stessa costruzione sociale della femminilità egemonica in termini di oggettivazione delle donne e come questa influisca sugli ambiti relazionali quotidiani,alterando le modalità di interazione con gli altri e con il suo stesso genere, portando a prendere decisioni e schemi comportamentali che l'aggrediscono emotivamente, economicamente, fisicamente, ecc.
Parlare di ciò presuppone una riflessione circa il fondamento ideologico che sostiene,stimola e potenzia un fenomeno di questo tipo, vale a dire, come il mantenimento e la riproduzione di un discorso ideologico specifico finisca per essere funzionale al sistema patriarcale e capitalista che prevale nella maggior parte del mondo e,che, nella misura in cui privilegia certi settori detentori del potere,continuerà riprodotto e solidificato, mediante l'aiuto delle multinazionali in stretto legame con ciò che si chiamano mass-media.
Alla fine, presentiamo come indispensabile e necessario il riferimento alle possibili soluzioni in vista di un progressivo miglioramento e trasformazione del fenomeno, per i quali menzioneremo alcune strategie socio-psico-politiche che dovrebbero essere considerate e, che di fatto, in alcuni paesi lo sono già.
Cominceremo la nostra analisi ragionando sulla costruzione sociale della femminilità. Nel sistema patriarcale nel quale vivono e hanno vissuto le nostre società, il "corpo della donna"è visto come elemento fondamentale della reificazione e controllo esterno, cioè uno spazio primario di oppressione di genere : è stato considerato e valutato in una misura che assume e si esprime mediante una dedizione quasi esclusiva "agli altri", cioè a tutto ciò che è fuori da se stessa. Citando gli assunti della scrittora e antropologa messicana Marcela Lagarde (1),nella cultura patriarcale - che varia la sua intensità a seconda del settore sociale, del quale si parla - siamo e siamo sempre state considerate corpo erotico per il piacere degli altri, corpo estetico per il godimento degli altri, corpo nutriente per la vita degli altri, corpo procreativo della vita degli altri e, in questo senso,all'interno del patriarcato siamo riconosciute e valorizzate solo nella misura in cui, ci dedichiamo a questi tanti altri ( siano essi reali o immaginari).
In un contesto sociale in cui si verifica quanto sopra, guardiamo a noi stesse attraverso gli occhi- degli e delle - altri/e: ci guardiamo allo specchio "come un oggetto" ci osserviamo mercificate. Ci incontriamo in un mondo in cui difficilmente siamo valorizzate " più in là" dell'apparenza fisica, in un mondo che ha distorto l'immagine corporale e ha posto il nostro corpo come l'unico strumento di potere - se così si può chiamare - niente altro che uno strumento di seduzione, niente di più che un oggetto sessuale.
Continuando con Lagarde è nel corpo delle donne che risiede il nucleo dei suoi poteri e della sua valorizzazione sociale e culturale. In modo che per la morale estetica egemonica( per mandato patriarcale) questo corpo deve rimanere giovane e snello il più a lungo possibile, attraverso l'uso di qualsiasi rimedio, ridisegnato - di moda in moda - per adattarsi al modello estetico in vigore in quel momento.
Nella nostra attuale società questo sforzo per imitare questo "ideale" che nega le nostre diversità e qualità personali, ci evoca l'idea di Niccolò Macchaivelli " Il fine giustifica i mezzi", così il perseguimento di questo difficile ed illusorio obiettivo fa sì che numerose donne passino attraverso il modo frustrante e amaro di confrontare se stesse con queste figure minoritarie che appaiono nelle riviste,programmi televisivi,reality shows,che sono lodati e adulati da tanti maschi sessisti.
Questa problematica ci pone inevitabilmente diversi interrogativi: qual è la causa che porta a questa situazione? Cos'è che spinge molte donne ad aggredire se stesse nella ricerca di qualcosa praticamente irraggiungibile? Forse, nessuna donna nota il danno che provoca a se stessa e nel suo contesto sociale? Esisterà poi "qualcosa"che invisibilizza i danni e le aggressioni? Cos'è che lo banalizza? Sarà un insieme di interessi " dentro" tutto questo gioco di "essere belle, attraenti e preziose", sessualmente parlando?.
Per cercare di rispondere a questi interrogativi, concentreremo le nostre analisi nella critica di due prospettive ideologiche: una sostentata dal sistema androcentrico propriamente detto e l'altra che si trova nel contesto dell'ideologia liberal capitalista.
La nostra prima ipotesi emerge dall'ambito socio-culturale dell'androcentrismo: crediamo che queste pratiche siano sostentate da ciò che è noto come l'"ideologia dell'amore".Ci è stato insegnato fin dall'infanzia che l'amore " non esiste per le donne brutte" o che era molto difficle da raggiungere. Le fiabe che ci hanno letto da piccole, i films di principesse che tanto ci rallegravano, sono tutte influenzate da questo discorso, che generalmente è sempre " la principesa rosa",bella, giovane e dolce, che per i suoi stessi attributi fisici conquista un "principe azzurro" che la salva dall'orribile drago o dalla malvagia matrigna realizzando così di vivere insieme felici e contenti.
Conseguentemente,l'amore ideologicamente si trasforma nell'obiettivo primario di tutte le donne. Il suo sostegno ideologico patriarcale risiede in quella meta preconizzata come "destino" manipolata storicamente dalle classi dominanti per il raggiungimento dei loro negligenti scopi e per il mantenimento al potere delle stesse.
Allo stesso modo,se ci è stato insegnato che la solitudine è "cattiva" e deve essere " evitata ad ogni costo" ci fanno credere che siamo esseri incompleti che vagano nella vita alla ricerca della "dolce metà", questo essere che ci completa e ci riempie il vuoto identitario che ci hanno creato ed imposto. C'è un desiderio ed un anelito di uscire dal nostro "isolamento" attraverso l'incontro con un altro essere umano, una necessità -creata - di condividere il resto della nostra vita con lui/lei. Ci hanno genericamente formato come donne, dipendenti dagli altri e si è stigmatizzata terribilmente la solitudine riempiendola di aspetti e valutazioni di carattere negativo. Questo è facilmente visibile in frasi di uso quotidiano come "Hai bisogno di compagnia?", "Che cosa c'è che non va?, Sei triste?" " vuoi restare sola, povera te se ti passa" o frasi come: "Quando siamo soli, siamo sempre in cattiva compagnia", "la solitudine è triste e fredda", " la solitudine appare quando hai bisogno di qualcuno nei momenti peggiori ed i peggiori momenti sono quando sei sola ", ecc.
Come si può notare, c'è questa stigmatizzazione della solitudine, concepita come una sorta di vuoto tortuoso, "ciò che resta " quando qualcosa o qualcuno " non c'è".
Tutto questo colpisce particolarmente le donne sessiste,perché in un sistema patriarcale in cui percepiamo o ci impongono l'Uomo come superiore a noi,in un ordine sociale in cui ci sentiamo o ci fanno sentire inferiori, il significato di essere " trovata" o "scelta" da uno di loro è davvero incoraggiante e quando non riusciamo, siamo crudelmente condannate e la società ci definisce " zitelle" " brutte" " acide" o "incapaci". A questo proposito, la femminista Hanna Olsson (1983) 2, mette in evidenza il fattore di idealizzazione che realizziamo come donne nelle relazioni amorose, e suggerisce che il grado di idealizzazione che facciamo "del nostro partner" dipende dal livello di autostima che abbiamo come persone.
L'importanza dell'"Uomo" per le donne dentro un sistema sociale così strutturato è quindi fondamentale:la trasforma in "qualcuna" acquista uno "status" le dà un "valore". Questa glorificazione dell'Uomo - afferma Olsson - oltre a portare la donna a percepirsi come inferiore e subordinata nei confronti del maschio,la rende anche cieca di fronte agli aspetti della personalità dello stesso che,poi, possono rivelarsi distruttivi per essa e per il suo rapporto: "La speranza di ricevere amore,di essere amata, è così intensa, che l'immaginazione occulta la realtà" 3.
Tutto ciò è stato detto per arrivare ad una semplice conclusione: " Il consenso nel sottomettersi e rinunciare a se stessa diventa una prova d'amore"(Olsson) 4. In questo le donne agiscono sulla base di " Ciò che lui vuole, come lo vuole e come vuole che io sia" e all'interno di queste esigenze, ovviamente, si trova la richiesta di apparenza.
Molti uomini maschilisti, nell'esercizio del potere,oggettivizzano le donne,le riducono ad un volgare "pezzo di carne" che ha valore per la sua attrattiva sessuale ed è sfruttata in questa direzione. Di conseguenza, molte donne sessiste nel loro esercizio di immanenza e dipendenza agiscono mostrandosi come oggetti, soddisfacendo i bisogni e le richieste di quei maschi voyeuristici, misogini, egoisti e megalomani che le riducono ad un verdetto " E' bella" o " E' bonissima".
Crediamo quindi, che che la donna sessista,in questo senso, realizza delle pratiche di negazione di se stessa - in funzione della dipendenza ed attaccamento che ( in modo sottile o no) imposto per la figura maschile in particolare. Questo attaccamento interpersonale è motivato da diversi fattori legati al genere, tra i quali possiamo citare la forza, la sicurezza e protezione che presuntivamente le offre il maschio; la stabilità e la permanenza di fronte alla paura dell'abbandono o alla mancanza di essere amata; la paura di soffrire il disinnamoramento e la scarsa autostima prodotta dalla mancanza di affetto; l'adulazione, l'idolatria e l'ammirazione per il maschilista basata sulla paura della disapprovazione e disprezzo da parte dello stesso, ecc.
Questa dipendenza genera un modello specifico di relazioni intergeneriche e trageneriche. A livello intragenerico vi è la convinzione della superiorità del maschio,il che comporta che la donna sessista si mostri sottomessa e passiva ai suoi desideri; a livello intragenerico, si promuove la competitività e la rivalità tra le donne al fine di ottenere il riconoscimento di un determinato maschio,che all'interno di questo sistema patriarcale sarà preferibilmente uno bello, di successo, e -quasi- esclusivamente machista.
Adesso, brevemente, ci avviciniamo agi aspetti relativi alle motivazioni radicate nell'ideologia libera-capitalista, analizzeremo faremo riflessioni sugli interessi corporativi e di classe insiti nella macro-industria della bellezza. Per far ciò prenderemo come base la manifestazione dello " stereotipo egemonico di bellezza" che è di natura prevalentemente occidentale.
Continua
mercoledì 15 agosto 2012
Un corpo di donna va pur sempre bene – Note attorno all’immaginario della crisi
Si dice che l’estate sia il tempo delle letture leggere e a questo diktat sembrano piegarsi un po’ tutti producendo un peggioramento generale del già disastroso panorama giornalistico e “gossipparo” all’italiana. A questo fenomeno, che abusa della leggerezza trasformandola in stupidità, si accosta un’impennata di sessismo su cui vale la pena riflettere. L’incipitmateriale per queste note estive lo offre la copertina del numero corrente di L’espresso: una giovane donna bruna, immersa nell’acqua marina fino alla coscia, orientata verso l’orizzonte ammicca al lettore-spettatore mediante una torsione del busto di centoottanta gradi circa. La sequenza corporea, dunque, mostra: sedere, seno destro di profilo, volto incorniciato dai capelli lunghi e scuri. Sul gluteo destro, grazie al costume leggermente scostato, si scorge – come tatuata – la bandiera greca. Ai piedi dell’immagine, in grande, la scritta “Un tuffo nella crisi” seguita da una breve didascalia esplicativa che informa il “lettore” sul contenuto del giornale.
Perché un corpo di donna anche per parlare di crisi? Per rispondere alla domanda bisogna togliersi dalla testa che il problema sia irrilevante, ovvero che l’immagine sia letteralmente insignificante. Per provare a comprendere la portata semantica e politica della figura, inoltre, è necessario sgomberare il campo anche dalle obiezioni di taglio meramente moralistico che tendono a rigettare l’immagine in quanto semplicemente inopportuna e offensiva. In ogni caso, non è certo la prima volta che sul corpo di una donna transita un messaggio politico più o meno esplicito. E se, una galleria di metafore femminili potrebbe narrare con efficacia la storia italiana e non solo, anche la crisi sembra richiedere un corpo-metafora adeguato, eventualmente cangiante e camaleontico. La sua versione estiva assume così le sembianze della “bellezza mediterranea” al mare, richiamando la tradizionale sovrapposizione tra il corpo delle donne e la terra.
La strategia comunicativa non è nuova. Spot vacanzieri di vario genere vi fanno ricorso da tempo: crociere, escursioni, villaggi vacanze, etc… sono spesso accostati al volto e al corpo di una donna dai tratti meridionali/mediterranei con l’invito a scoprire i segreti e misteri della terra messa in vendita o meglio in affitto, data la temporaneità delle imprese coloniali estive correnti. Coloniale, infatti, è l’immaginario mobilitato e, se la donna è il segno con cui si offre la terra, il messaggio ammicca alla possibilità che il vettore muti di segno, che la terra – una volta raggiunta – offra il corpo di una donna in carne e ossa.
Il marketing – si sa – è cinico e spietato, c’è poco da stupirsi. Ma cosa significa se tutto questo bagaglio simbolico è chiamato in causa per parlare della crisi economica e non per vendere una crociera? Naturalmente tra il linguaggio politico e quello del consumo non esiste un argine rigido e le contaminazioni non rappresentano di per sé una novità o un problema. Ma, ammessa la considerazione generale, la domanda non può restare inevasa poiché ogni volta che la politica forgia una metafora femminile definisce i suoi tratti paradigmatici. Un breve esercizio ermeneutico, dunque, può fornire qualche strumento di difesa contro le retoriche mainstream sulla crisi e, eventualmente, contribuire ad orientare contro-narrazioni a vantaggio delle mobilitazioni a venire.
Si torni con la mente all’immagine della donna-crisi proposta da L’espresso e descritta per sommi capi più sopra. Il primo messaggio, banale, è che la diagnosi della crisi in versione da spiaggia è donna. L’articolo serio avrebbe richiesto come minimo una foto di Monti in giacca, cravatta e carte alla mano, mentre per quello idiota va benissimo una bella donna in costume. Una strizzata d’occhio al pubblico da ombrellone, così rassicurato che la vacanza non sarà ammorbata più di tanto dalla politica. Il secondo messaggio, invece, è una sorta di esorcismo: eccola lì la crisi, figura esotica e misteriosa, persino pericolosa come si confà alla bellezza femminile, ma comunque distante perché noi non faremo la fine della Grecia. Da questo punto di vista, nell’immagine sembra risuonare una citazione – certamente involontaria come accade con gli stereotipi – della figura di Ulisse e le Sirene: mito della virtù virile che resiste a una tentazione distruttrice e femminea. Gli spettatori-lettori, messi al sicuro dall’austerity, possono dunque guardare con sereno distacco i dissoluti paesi della bella vita andare alla deriva. Ne godono certo i piaceri – come l’astuto Ulisse – ma solo per tornare presto alla vita di sempre. Che si possa vivere in altro modo, è un’ipotesi nemmeno da contemplare. È interessante osservare come nella dinamica dell’immagine, grazie all’esotismo della figura femminile, il Mediterraneo della crisi risulti alieno e distante, uno spazio politicamente determinato dalla separazione dall’Europa del centro-nord. Grecia e Spagna diventano, così, paesi di un “nuovo sud” a cui l’Italia cerca di non appartenere consegnando all’evidenza la politicità di ogni configurazione geografica.
Figura del disimpegno e dell’esorcismo, quel corpo di donna – con tutta la violenza che ne consegue – è anche metafora di facile accessibilità. Un mare, una donna, e l’invito a tuffarcisi dentro. Oltre alla generica allusione alla disponibilità del corpo femminile in quanto tale, si scorge, più specificamente, un’allusione alla possibilità di dominare la situazione politico-economica da parte della classe dirigente al potere. La crisi come vizio di popoli viziosi (popoli-donna) anziché come prodotto del capitalismo, infatti, sarà risolta grazie alla perizia dei vari tecnici di governo. Banalizzazione, esorcismo e, ora, una promessa a cui, tuttavia, si affianca una minaccia. Una seconda allusione particolarmente aggressiva, infatti, pervade l’immagine e rimanda alla disponibilità dei corpi in generale in tempo di crisi. Non solo il divenire disponibile delle donne declassate dei paesi impoveriti come potenziale forza lavoro principalmente sessuale e domestica, ma una più generale sfruttabilità della popolazione tout court.
Infine – anche se i simboli sono forse sempre più ricchi di quanto si possa esplicitare – è utile sottolineare l’utilizzo della figura femminile per rimuovere la presenza attiva dei soggetti reali coinvolti dalla crisi. Un corpo senz’anima, verrebbe da dire, a patto di togliere all’anima ogni connotato religioso, mistico o trascendente. Un corpo che non soffre, non gioisce, non desidera e non lotta. Un corpo impolitico rappresentato attraverso il corpo generico di una donna. La figura ritratta, infatti, incarna il corpo della Grecia (la bandiera stampata sul gluteo lo esplicita e la tipica equazione donna-nazione rafforza la suggestione) e, al contempo, il corpo generico di una desoggettivazione strumentale e goffamente ideologica. A quest’ultima fanno da contraltare immaginari e azioni di donne e uomini reali e comuni che la retorica patinata non può che tacere. Gli stereotipi e la loro violenza, dunque, non sono separabili da un contesto di critica e di lotta ampio e generale dove il corpo continua a porsi come il nodo in cui s’intrecciano istanze, bisogni, desideri e differenze. L’esercizio costante di sottrazione del corpo ai dispositivi di sfruttamento discorsivo e simbolico appare, dunque, come una pratica di lotta sempre indispensabile.
[articolo di Simona De Simoni, tratto da UniNomade]
martedì 7 agosto 2012
Giornaliste messicane in pericolo
Il Messico è tra i primi paesi al mondo in cui la libertà di stampa è in grave pericolo. Le giornaliste, in particolare, sono doppiamente vulnerabili, per la loro professione e per il fatto di essere donne: l'arma della violenza sessuale si aggiunge alle altre forme di silenziare chi si dedica a investigare e a informare.
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lunedì 23 luglio 2012
Quando i mass-media normalizzano i femminicidi
Nel maggio 2012, l'Avvenire pubblica un articolo intitolato "Fedeltà. Per tutti l'unico antidoto alle passioni criminali", firmato da Maurizio Patriciello.
E' solo uno dei milioni di esempi di come i mass-media si accostino al tema della violenza di genere e dei femminicidi, tuttavia questo esempio è particolarmente grave. Grave perché l'articolo in questione si fa portatore di un'idea ben definita: l'infedeltà della moglie causa la sua morte per mano del marito.
"Atto insensato" è l'ennesimo modo - che si somma a "raptus", "follia", "omicidio passionale" - per chiamare il femminicidio.
Partendo da questo spunto agghiacciante, abbiamo voluto offrire un piccolo contributo che riassumesse la modalità che i media utilizzano per parlare degli omicidi commessi per odio di genere.
Perché "le parole sono azioni" (L. Wittgenstein, 1953, "Ricerche filosofiche").
E' solo uno dei milioni di esempi di come i mass-media si accostino al tema della violenza di genere e dei femminicidi, tuttavia questo esempio è particolarmente grave. Grave perché l'articolo in questione si fa portatore di un'idea ben definita: l'infedeltà della moglie causa la sua morte per mano del marito.
[...] il tradimento, anche il più insignificante, è un veleno mortale per la vita di coppia, e che può indurre a macchiarsi di atti insensati. Nulla, infatti può attenuare la responsabilità di un atto di violenza, e ancor di più se contro la donna. Resta il fatto che non è giusto ingannare il prossimo facendo balenare l'idea che il tradimento potrebbe essere un gioco.
"Atto insensato" è l'ennesimo modo - che si somma a "raptus", "follia", "omicidio passionale" - per chiamare il femminicidio.
Partendo da questo spunto agghiacciante, abbiamo voluto offrire un piccolo contributo che riassumesse la modalità che i media utilizzano per parlare degli omicidi commessi per odio di genere.
Perché "le parole sono azioni" (L. Wittgenstein, 1953, "Ricerche filosofiche").
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Petizione: La Violenza Simbolica Del Giornalismo Italiano
Diverse sono state le reazioni all’articolo di Massimo Fini pubblicato dal Fatto Quotidiano dal titolo “L’ossessione per la donna”
C’è chi si è dissociato, chi si è sentito offeso, chi l’ha insultato.
D’altra parte non è nuovo Fini a certi discorsi su quello che meno conosce, le donne.
Non ce ne voglia l’ego del giornalista se non ci dilunghiamo sulla sua persona, un concentrato di misoginia e teorie strampalate tendenti al dualismo madre/prostituta con una certa predilezione per quest’ultima categoria.
Il punto centrale del suo articolo non riguarda lo sproloquio al quale, a malincuore, siamo abituate ma la responsabilità di introdurre alla realtà e al suo significato, responsabilità di certo sua ma anche di un certo giornalismo compiacente.
Non ci vogliono intellettuali e fior fiori di studiosi per realizzare che i media si sono affiancati, se non addirittura sovrapposti, alla famiglia e alla scuola nel veicolare educazione e acculturazione diventando il soggetto di quella rivoluzione che ha cambiato radicalmente il modo in cui circolano le idee.
Quali sono, dunque, le idee messe in circolo da Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano e la maggior parte della stampa attuale quando si parla di donne e di quello che le riguarda direttamente o indirettamente?
L’articolo “incriminato” affrontava il tema della violenza mantenendo un registro didattico, analizzandone le cause e anche osando consigliare rimedi arcaici per arginare la stessa.
Sono state usate parole banalmente sessiste, “vispe terese” e “sora Carfagna” per citarne alcune.
Ma il meglio del sessismo è stato espresso nei contenuti portando ad esempio il massacro della Maiella, scomodando Lawrence, utilizzando il termine “virile” di cui è stata data una libera interpretazione e, infine, consigliando saggiamente l’elementare prudenza che si confà alle donzelle sculettanti.
Se all’articolo fosse stata allegata la classica immagine della donna vittima di violenza, ovviamente fisica perchè la psicologica non è neanche contemplata, bella, scosciata e scollacciata avremmo avuto un riassunto fedelissimo del giornalismo italiano.
In un periodo, uno dei tanti e troppi, in cui l’incolumità delle donne è praticamente inesistente ci chiediamo quanto sia umano e civile perpetrare un certo tipo di idee e opinioni.
E’, infatti, innegabile l’ingiuria alle parlamentari che ha citato nei suoi articoli (al di là dell’affinità politica e di pensiero) così come è innegabile l’istigazione al femminicidio nel momento in cui lo stupro di tre donne con l’uccisione di due delle stesse viene banalizzato nell’immagine delle donzelle sculettanti e nell’istinto, allo stesso modo è innegabile la violenza (verbale e di pensiero) di cui è intriso tutto l’articolo se la guerra e la forza fisica sono l’unico argine alla virilità maschile ignorando gli stessi militari che, tutt’oggi, si arrogano il diritto di saccheggiare non solo le città ma anche le donne (mai sentito parlare di stupri di guerra? Rientrano nel pacchetto virilità?)
Non volendo ledere la libertà di espressione dietro la quale si nasconde Massimo Fini ( e quasi tutta la stampa italiana) dimenticando volontariamente o involontariamente che la sua libertà finisce dove inizia la nostra ed evitando di essere fascista censurando i suoi pensieri, i quali però censurano i nostri abiti se non vogliamo correre il rischio di essere “inchiappettate”, e prima di scomodare anche noi un uomo, vogliamo ricordare in merito alla tanto richiamata libertà di espressione, che agli inizi del 2009, L’Unesco, in collaborazione con la Federazione Internazionale della Stampa, pubblicarono un Manuale che riprendeva le linee guida emanate alla Conferenza di Pechino del 1995, la quale riconobbe l’importanza di stabilire un equilibrio nei mezzi di comunicazione per contribuire al progresso delle donne e per intraprendere azioni contro la diseguaglianza nell’accesso agli stessi mezzi di informazione.
Il manuale dell’Unesco, diviso in quattro aree tematiche è uno strumento di lotta contro la discriminazione, contro i pregiudizi esistenti all’interno dei mezzi di comunicazione che rappresentano ancora la donna come ” la sofisticata gattina sex, la madre modello, la strega … la inflessibile ambiziosa nell’azienda o in politica” e che limitano l’accesso al potere nella società.
“Il giornalismo deve darsi una immagine giusta, usare un linguaggio neutro non sessista, ed evitare di etichettare le donne con le pagine dedicate allo “stile di vita” o notizie leggere”.
Scriveva Pierre Bourdieu ne “Il dominio maschile”:
“Lungi dall’affermare che le strutture di dominio sono anistoriche, tenterò invece di stabilire che esse sono il prodotto di un lavoro incessante (quindi storico) di riproduzione cui contribuiscono agenti singoli (fra cui gli uomini, con armi come la violenza fisica e la violenza simbolica) e istituzioni, famiglie, chiesa, scuola, stato”.
E, aggiungiamo oggi – più di tutti i mezzi di informazione.Nei quali – nonostante i numerosi richiami e raccomandazioni – la violenza strutturale contro le donne invece di essere rappresenta per quello che è -vale a dire – un problema politico e di cultura patriarcale, viene svuotata di contenuto. Stessa sorte per il Femminicidio naturalizzato”crimine passionale” se, non addirittura normalizzato, a causa dei nostri “sculettamenti” quotidiani.
Firma anche tu!
(testo della petizione elaborato e scritto da Medea)
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