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mercoledì 15 agosto 2012

Un corpo di donna va pur sempre bene – Note attorno all’immaginario della crisi


Si dice che l’estate sia il tempo delle letture leggere e a questo diktat sembrano piegarsi un po’ tutti producendo un peggioramento generale del già disastroso panorama giornalistico e “gossipparo” all’italiana. A questo fenomeno, che abusa della leggerezza trasformandola in stupidità, si accosta un’impennata di sessismo su cui vale la pena riflettere. L’incipitmateriale per queste note estive lo offre la copertina del numero corrente di L’espresso: una giovane donna bruna, immersa nell’acqua marina fino alla coscia, orientata verso l’orizzonte ammicca al lettore-spettatore mediante una torsione del busto di centoottanta gradi circa. La sequenza corporea, dunque, mostra: sedere, seno destro di profilo, volto incorniciato dai capelli lunghi e scuri. Sul gluteo destro, grazie al costume leggermente scostato, si scorge – come tatuata – la bandiera greca. Ai piedi dell’immagine, in grande, la scritta “Un tuffo nella crisi” seguita da una breve didascalia esplicativa che informa il “lettore” sul contenuto del giornale.





Perché un corpo di donna anche per parlare di crisi? Per rispondere alla domanda bisogna togliersi dalla testa che il problema sia irrilevante, ovvero che l’immagine sia letteralmente insignificante. Per provare a comprendere la portata semantica e politica della figura, inoltre, è necessario sgomberare il campo anche dalle obiezioni di taglio meramente moralistico che tendono a rigettare l’immagine in quanto semplicemente inopportuna e offensiva. In ogni caso, non è certo la prima volta che sul corpo di una donna transita un messaggio politico più o meno esplicito. E se, una galleria di metafore femminili potrebbe narrare con efficacia la storia italiana e non solo, anche la crisi sembra richiedere un corpo-metafora adeguato, eventualmente cangiante e camaleontico. La sua versione estiva assume così le sembianze della “bellezza mediterranea” al mare, richiamando la tradizionale sovrapposizione tra il corpo delle donne e la terra.
La strategia comunicativa non è nuova. Spot vacanzieri di vario genere vi fanno ricorso da tempo: crociere, escursioni, villaggi vacanze, etc… sono spesso accostati al volto e al corpo di una donna dai tratti meridionali/mediterranei con l’invito a scoprire i segreti e misteri della terra messa in vendita o meglio in affitto, data la temporaneità delle imprese coloniali estive correnti. Coloniale, infatti, è l’immaginario mobilitato e, se la donna è il segno con cui si offre la terra, il messaggio ammicca alla possibilità che il vettore muti di segno, che la terra – una volta raggiunta – offra il corpo di una donna in carne e ossa.
Il marketing – si sa – è cinico e spietato, c’è poco da stupirsi. Ma cosa significa se tutto questo bagaglio simbolico è chiamato in causa per parlare della crisi economica e non per vendere una crociera? Naturalmente tra il linguaggio politico e quello del consumo non esiste un argine rigido e le contaminazioni non rappresentano di per sé una novità o un problema. Ma, ammessa la considerazione generale, la domanda non può restare inevasa poiché ogni volta che la politica forgia una metafora femminile definisce i suoi tratti paradigmatici. Un breve esercizio ermeneutico, dunque, può fornire qualche strumento di difesa contro le retoriche mainstream sulla crisi e, eventualmente, contribuire ad orientare contro-narrazioni a vantaggio delle mobilitazioni a venire.
Si torni con la mente all’immagine della donna-crisi proposta da L’espresso e descritta per sommi capi più sopraIl primo messaggio, banale, è che la diagnosi della crisi in versione da spiaggia è donna. L’articolo serio avrebbe richiesto come minimo una foto di Monti in giacca, cravatta e carte alla mano, mentre per quello idiota va benissimo una bella donna in costume. Una strizzata d’occhio al pubblico da ombrellone, così rassicurato che la vacanza non sarà ammorbata più di tanto dalla politica. Il secondo messaggio, invece, è una sorta di esorcismo: eccola lì la crisi, figura esotica e misteriosa, persino pericolosa come si confà alla bellezza femminile, ma comunque distante perché noi non faremo la fine della Grecia. Da questo punto di vista, nell’immagine sembra risuonare una citazione – certamente involontaria come accade con gli stereotipi – della figura di Ulisse e le Sirene: mito della virtù virile che resiste a una tentazione distruttrice e femminea. Gli spettatori-lettori, messi al sicuro dall’austerity, possono dunque guardare con sereno distacco i dissoluti paesi della bella vita andare alla deriva. Ne godono certo i piaceri – come l’astuto Ulisse – ma solo per tornare presto alla vita di sempre. Che si possa vivere in altro modo, è un’ipotesi nemmeno da contemplare. È interessante osservare come nella dinamica dell’immagine, grazie all’esotismo della figura femminile, il Mediterraneo della crisi risulti alieno e distante, uno spazio politicamente determinato dalla separazione dall’Europa del centro-nord. Grecia e Spagna diventano, così, paesi di un “nuovo sud” a cui l’Italia cerca di non appartenere consegnando all’evidenza la politicità di ogni configurazione geografica.
Figura del disimpegno e dell’esorcismo, quel corpo di donna – con tutta la violenza che ne consegue – è anche metafora di facile accessibilità. Un mare, una donna, e l’invito a tuffarcisi dentro. Oltre alla generica allusione alla disponibilità del corpo femminile in quanto tale, si scorge, più specificamente, un’allusione alla possibilità di dominare la situazione politico-economica da parte della classe dirigente al potere. La crisi come vizio di popoli viziosi (popoli-donna) anziché come prodotto del capitalismo, infatti, sarà risolta grazie alla perizia dei vari tecnici di governo. Banalizzazione, esorcismo e, ora, una promessa a cui, tuttavia, si affianca una minaccia. Una seconda allusione particolarmente aggressiva, infatti, pervade l’immagine e rimanda alla disponibilità dei corpi in generale in tempo di crisi. Non solo il divenire disponibile delle donne declassate dei paesi impoveriti come potenziale forza lavoro principalmente sessuale e domestica, ma una più generale sfruttabilità della popolazione tout court.
Infine – anche se i simboli sono forse sempre più ricchi di quanto si possa esplicitare – è utile sottolineare l’utilizzo della figura femminile per rimuovere la presenza attiva dei soggetti reali coinvolti dalla crisi. Un corpo senz’anima, verrebbe da dire, a patto di togliere all’anima ogni connotato religioso, mistico o trascendente. Un corpo che non soffre, non gioisce, non desidera e non lotta. Un corpo impolitico rappresentato attraverso il corpo generico di una donna. La figura ritratta, infatti, incarna il corpo della Grecia (la bandiera stampata sul gluteo lo esplicita e la tipica equazione donna-nazione rafforza la suggestione) e, al contempo, il corpo generico di una desoggettivazione strumentale e goffamente ideologica. A quest’ultima fanno da contraltare immaginari e azioni di donne e uomini reali e comuni che la retorica patinata non può che tacere. Gli stereotipi e la loro violenza, dunque, non sono separabili da un contesto di critica e di lotta ampio e generale dove il corpo continua a porsi come il nodo in cui s’intrecciano istanze, bisogni, desideri e differenze. L’esercizio costante di sottrazione del corpo ai dispositivi di sfruttamento discorsivo e simbolico appare, dunque, come una pratica di lotta sempre indispensabile.

[articolo di Simona De Simoni, tratto da UniNomade]

lunedì 23 luglio 2012

Quando i mass-media normalizzano i femminicidi

Nel maggio 2012, l'Avvenire pubblica un articolo intitolato "Fedeltà. Per tutti l'unico antidoto alle passioni criminali", firmato da Maurizio Patriciello.

E' solo uno dei milioni di esempi di come i mass-media si accostino al tema della violenza di genere e dei femminicidi, tuttavia questo esempio è particolarmente grave. Grave perché l'articolo in questione si fa portatore di un'idea ben definita: l'infedeltà della moglie causa la sua morte per mano del marito.

[...] il tradimento, anche il più insignificante, è un veleno mortale per la vita di coppia, e che può indurre a macchiarsi di atti insensati. Nulla, infatti può attenuare la responsabilità di un atto di violenza, e ancor di più se contro la donna. Resta il fatto che non è giusto ingannare il prossimo facendo balenare l'idea che il tradimento potrebbe essere un gioco.

"Atto insensato" è l'ennesimo modo - che si somma a "raptus", "follia", "omicidio passionale" - per chiamare il femminicidio.

Partendo da questo spunto agghiacciante, abbiamo voluto offrire un piccolo contributo che riassumesse la modalità che i media utilizzano per parlare degli omicidi commessi per odio di genere.
Perché "le parole sono azioni" (L. Wittgenstein, 1953, "Ricerche filosofiche").





Petizione: La Violenza Simbolica Del Giornalismo Italiano




Diverse sono state le reazioni all’articolo di Massimo Fini pubblicato dal Fatto Quotidiano dal titolo “L’ossessione per la donna
C’è chi si è dissociato, chi si è sentito offeso, chi l’ha insultato.
D’altra parte non è nuovo Fini a certi discorsi su quello che meno conosce, le donne.
Non ce ne voglia l’ego del giornalista se non ci dilunghiamo sulla sua persona, un concentrato di misoginia e teorie strampalate tendenti al dualismo madre/prostituta con una certa predilezione per quest’ultima categoria.
Il punto centrale del suo articolo non riguarda lo sproloquio al quale, a malincuore, siamo abituate ma la responsabilità di introdurre alla realtà e al suo significato, responsabilità di certo sua ma anche di un certo giornalismo compiacente.
Non ci vogliono intellettuali e fior fiori di studiosi per realizzare che i media si sono affiancati, se non addirittura sovrapposti, alla famiglia e alla scuola nel veicolare educazione e acculturazione diventando il soggetto di quella rivoluzione che ha cambiato radicalmente il modo in cui circolano le idee.
Quali sono, dunque, le idee messe in circolo da Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano e la maggior parte della stampa attuale quando si parla di donne e di quello che le riguarda direttamente o indirettamente?
L’articolo “incriminato” affrontava il tema della violenza mantenendo un registro didattico, analizzandone le cause e anche osando consigliare rimedi arcaici per arginare la stessa.
Sono state usate parole banalmente sessiste, “vispe terese” e “sora Carfagna” per citarne alcune.
Ma il meglio del sessismo è stato espresso nei contenuti portando ad esempio il massacro della Maiella, scomodando Lawrence, utilizzando il termine “virile” di cui è stata data una libera interpretazione e, infine, consigliando saggiamente l’elementare prudenza che si confà alle donzelle sculettanti.
Se all’articolo fosse stata allegata la classica immagine della donna vittima di violenza, ovviamente fisica perchè la psicologica non è neanche contemplata, bella, scosciata e scollacciata avremmo avuto un riassunto fedelissimo del giornalismo italiano.
In un periodo, uno dei tanti e troppi, in cui l’incolumità delle donne è praticamente inesistente ci chiediamo quanto sia umano e civile perpetrare un certo tipo di idee e opinioni.
E’, infatti, innegabile l’ingiuria alle parlamentari che ha citato nei suoi articoli (al di là dell’affinità politica e di pensiero) così come è innegabile l’istigazione al femminicidio nel momento in cui lo stupro di tre donne con l’uccisione di due delle stesse viene banalizzato nell’immagine delle donzelle sculettanti e nell’istinto, allo stesso modo è innegabile la violenza (verbale e di pensiero) di cui è intriso tutto l’articolo se la guerra e la forza fisica sono l’unico argine alla virilità maschile ignorando gli stessi militari che, tutt’oggi, si arrogano il diritto di saccheggiare non solo le città ma anche le donne (mai sentito parlare di stupri di guerra? Rientrano nel pacchetto virilità?)
Non volendo ledere la libertà di espressione dietro la quale si nasconde Massimo Fini ( e quasi tutta la stampa italiana) dimenticando volontariamente o involontariamente che la sua libertà finisce dove inizia la nostra ed evitando di essere fascista censurando i suoi pensieri, i quali però censurano i nostri abiti se non vogliamo correre il rischio di essere “inchiappettate”, e prima di scomodare anche noi un uomo, vogliamo ricordare in merito alla tanto richiamata libertà di espressione, che agli inizi del 2009, L’Unesco, in collaborazione con la Federazione Internazionale della Stampa, pubblicarono un Manuale che riprendeva le linee guida emanate alla Conferenza di Pechino del 1995, la quale riconobbe l’importanza di stabilire un equilibrio nei mezzi di comunicazione per contribuire al progresso delle donne e per intraprendere azioni contro la diseguaglianza nell’accesso agli stessi mezzi di informazione.
Il manuale dell’Unesco, diviso in quattro aree tematiche è uno strumento di lotta contro la discriminazione, contro i pregiudizi esistenti all’interno dei mezzi di comunicazione che rappresentano ancora la donna come ” la sofisticata gattina sex, la madre modello, la strega … la inflessibile ambiziosa nell’azienda o in politica” e che limitano l’accesso al potere nella società.
“Il giornalismo deve darsi una immagine giusta, usare un linguaggio neutro non sessista, ed evitare di etichettare le donne con le pagine dedicate allo “stile di vita” o notizie leggere”.
Scriveva Pierre Bourdieu ne “Il dominio maschile”:
“Lungi dall’affermare che le strutture di dominio sono anistoriche, tenterò invece di stabilire che esse sono il prodotto di un lavoro incessante (quindi storico) di riproduzione cui contribuiscono agenti singoli (fra cui gli uomini, con armi come la violenza fisica e la violenza simbolica) e istituzioni, famiglie, chiesa, scuola, stato”.
E, aggiungiamo oggi – più di tutti i mezzi di informazione.Nei quali – nonostante i numerosi richiami e raccomandazioni –   la violenza strutturale contro le donne invece di essere rappresenta per quello che è -vale a dire – un problema politico e di cultura patriarcale, viene svuotata di contenuto. Stessa sorte per il Femminicidio naturalizzato”crimine passionale” se, non addirittura normalizzato, a causa dei nostri “sculettamenti” quotidiani.
Firma anche tu!
(testo della petizione elaborato e scritto da Medea)