mercoledì 22 febbraio 2017

Non può esserci femminismo laddove c'è esclusione.



Emozionante articolo sulle drammatiche realtà delle lavoratrici di cura che, nonostante le (fallimentari) leggi vigenti, rileva la delegittimazione sociale.e l'assenza di interesse di un certo femminismo.
" Se il femminismo non è anti-capitalista impoverisce e se impoverisce è un femminismo per ricche". Beatriz Gimeno.

La legge della Dipendenza: l’esempio più crudele del femminismo per ricche.

Raúl Solís Galván
La cordovana Manoli Gutiérrez, 58 anni, si alza ogni mattina per adempiere una giornata lavorativa di cinque ore, per un salario di 540 euro il mese, che non la tira fuori dalle statistiche della povertà. Dalle 9 alle 10 del mattino va in una casa ad accudire a un anziano. Lo alza dal letto, lo pulisce, lo prepara, gli dà la colazione e gli somministra la dose quotidiana di medicine. Una volta che l’anziano è servito, Manoli, lascia preparata ogni cosa per dopo, quando ritorna a mezzogiorno, in modo da non perdere molto tempo per preparargli il pranzo.
Tutto ciò in un'ora, anche se Manoli sta tra i 15 e i 20 minuti in più in quella casa, perché altrimenti il nonno rimarrebbe incustodito.
E lei, soprattutto, sente molto affetto per i suoi assistiti. Alle 10,20 Manoli lascia correndo la prima casa, per andare in un’altra, che è più distante e che deve raggiungere in dieci minuti: non arriva in tempo neppure volando.
Pregando perché i semafori siano sempre verdi, arriva con la lingua di fuori, sudando e pensando che sarà rimproverata per il ritardo. Una volta entrata, Manoli ricomincia a pieno ritmo l'attività: pulire la casa, dal bagno al salotto, prepara il cibo e pulisce l’anziana, una signora in una sedia a rotelle considerata estremamente dipendente.
Sono già le 12,50 e Manoli guarda l’orologio. In pochi minuti deve ritornare a casa dal primo assistito al quale ha già lasciato tutto pronto. Adesso deve solo finire di cucinare e aiutarlo a mangiare, data la sua limitata autonomia.
Sono le 14,00 di un giorno qualsiasi di Manoli.
Ha già terminato le ore della mattina ma nel pomeriggio deve tornare alle 18,00 per un’altra ora e tornare a fare la stessa attività del mattino. Un intero giorno di 5 ore, per guadagnare 540 euro il mese, 4,90 euro l’ora e per essere utente dei Servizi Sociali con un posto di lavoro.
Manoli è divorziata, frutto di una relazione di terrore di violenza machista che l’ha schiacciata per trenta anni. Soffre di fibromialgia una malattia invalidante molto legata agli stati depressivi e che le fa dolere tutto il corpo. Non può però mancare a lavoro, perché sa che sarebbe immediatamente licenziata dalla impresa e cadrebbe così nelle grinfie della esclusione più assoluta.
Con i 540 euro che guadagna, non può pagare un affitto di casa. Alla sua età è dovuta tornare a vivere con la madre dopo essere fuggita dagli artigli della violenza di genere. Paradossalmente è stata sanzionata da un mese senza lavoro né stipendio per aver denunciato ai Servizi Sociali di Cordova, che un assistito si masturbava davanti a lei, secondo un rappresentante sindacale di Cadice.
E 'stata rimproverata perché il contratto che regola l'assistenza domiciliare tra il Comune di Cordova e CLECE, l'azienda di Florentino Pérez, contiene una clausola che fa divieto alle lavoratrici di aver alcun tipo di contatto con l'istituzione comunale, che riceve dalla Giunta Andalusa 13 euro per ogni ora di assistenza domiciliare, dei quali meno di 5 vanno a Manoli, mentre 8 euro a Florentino Pérez. Un business perfetto.
O quello che è lo stesso, nel caso della gestione privatizzata, il 60% del denaro pubblico che, il governo andaluso, destina alla dipendenza va alle imprese come quella del miliardario Florentino Pérez, mentre le donne che forniscono il servizio soffrono ansia, stress e condizioni di lavoro di semi-schiavitù. Questo conteggio esce dai 13 euro che l’Amministrazione regionale dà al servizio e i 4,90 euro che dicono di ricevere le lavoratrici.
A Cadice svolge il suo lavoro, Rosario, una donna che è stata minacciata con un’arma da un assistito. O, anche Maria, che mentre cucinava è stata minacciata con un coltello da un paziente affetto da schizofrenia che gridava di volerla uccidere. Entrambe hanno denunciato i fatti alla azienda, che sta guadagnando grazie alla legge della dipendenza, ma che nulla hanno fatto per dare sicurezza sul lavoro a queste due lavoratrici.
In Almodóvar del Río (Cordova) vive Juana, una donna che, insieme al resto delle sue compagne, riesce raramente a coprire le spese del mese. Negli ultimi quattro mesi non c’è riuscita: non ha potuto comprare il materiale scolastico per i figli, le hanno tagliato la luce, l’acqua, i figli hanno potuto magiare grazie alla sua famiglia e ai vicini di casa e la banca la chiamava ogni giorno per domandarle cosa stava succedendo con il mutuo. Juana guadagna un salario dignitoso e ha giornate lavorative decenti, poiché il servizio in questa città è a gestione pubblica, ma comunque il problema è che la Giunta andalusa, non considera una priorità fare trasferimenti di denaro in modo regolare, affinché queste donne possano lavorare senza pensare che lasciando dovranno chiedere gli alimenti alla Caritas.
Sono solo quattro nomi di donne che si dedicano a compiere una legge approvata 10 anni fa da Jose Luis Rodriguez Zapatero e che in questi giorni lo PSOE di Susana Diaz vuole vendere come un trionfo delle loro politiche a favore delle donne, che sono state e sono le grandi curatrici delle persone non autonome in Spagna.
Tuttavia, questo discorso falsamente a favore delle donne dimentica che la Legge della Dipendenza è ricaduta nuovamente sulle donne, soprattutto, le più povere, che sono quelle che la svolgono.
Donne vittime di violenza di genere, madri che curano i loro figli da sole, donne che portano in casa gli unici soldi, dopo il licenziamento del partner, donne senza formazione e quindi senza possibilità di ottenere un lavoro migliore. Donne che diventano carne da cannone per lo sfruttamento a cui sono sottoposti molti lavori di cura.
C’è la falsa credenza che il femminismo non deve avere classe sociale. Da qui, la convinzione che una donna ricca ha gli stessi bisogni di Manoli, che si alza ogni giorno con la fibromialgia per guadagnare 540 euro, per curare le persone dipendenti. La legge sulla Dipendenza è la prova vivente che il femminismo deve avere una prospettiva di classe e che quando si legifera in nome del femminismo, dimenticando le donne povere, privatizzando servizi per arricchire le grandi multinazionali, si rende più profonda la disuguaglianza di genere e le condizioni di sfruttamento che le donne subiscono nei luoghi di lavoro.
(...) Imprese come quella di Florentino Pérez, trovano in questo femminismo per ricche il loro migliore alleato, per continuare a sfruttare le donne e aumentare il loro tasso di infame profitto, ora, sotto un falso slogan di liberazione delle donne (ad eccezione di quelle povere) dalla cura delle persone dipendenti.
Se impoverisce non è femminismo. E se impoverisci, non sei femminista.
(traduzione di Anita Silviano)
Stupenda e lucida analisi sulla crudeltà del patriarcato.

Come ci vuole il Patriarcato?



Il Patriarcato ci immagina inerti non so se vive o morte, ci immagina come cose. Ci immagina a volte vive per lavorare e curare ma ci immagina inerti in tutto ciò che riguarda l’uso sessuale dei nostri corpi.
di Beatriz Gimeno.
Da giorni, il volto sorridente, felice, emozionato della adolescente Lucía Pérez mi gira per la testa. Avrei preferito non vedere il suo viso né il suo sorriso. Avrei preferito non immaginarla, non immaginarla che è vissuta, che aveva sorriso, che era stata felice (a volte, credo) e che avrebbe avuto tutta la vita davanti a sé. Avrei preferito non incarnare questo dolore, non darle un volto né sorriso allo orrore. Ma l’orrore è arrivato con il sorriso di Lucia e, ora, mi è impossibile toglierlo dalla mia testa. Un uomo e il suo figliastro l’hanno rapita, drogata, l’hanno violentata anche analmente e alla fine le hanno messo un palo nell’ano. E 'morta di arresto cardiaco indotto dal dolore e dalla paura.
Ed io non sono in grado di fare uscire dalla testa questo dolore e questa paura. Non posso. Mi sveglio e la vedo, la vedo in questa settimana in cui si celebrano manifestazioni in tutto il mondo contro la violenza machista.
Ci vogliono vive, naturalmente, ma come ci vuole il patriarcato?
Il Patriarcato ci immagina inerti non so se vive o morte, ci immagina come cose. Ci immagina a volte vive per lavorare e curare ma ci immagina inerti in tutto ciò che fa nell’uso sessuale dei nostri corpi. Ci vogliono inerti quando ci vogliono violentare, impalare con pali o con i loro peni usati come armi. Perché il patriarcato non ci immagina umane, perché il patriarcato ci immagina e ci vede come oggetti scopabili, temporaneamente morte: a volte morte per sempre.
Rimanere ferma, paralizzata, come morta è ciò che ha fatto la giovane, che cinque presunti violentatori trascinarono in un portale violentandola vaginalmente e analmente, obbligandola a praticare a ciascuno di loro una fellatio, mentre gli altri guardavano, ridevano e registravano. Da queste registrazioni lei ha gli occhi chiusi, in stato confusionale, senza resistenza, è il corpo-cosa inerte ideale, fa ciò che deve fare e non si oppone. Gli occhi chiusi, i muscoli completamente consegnati, la mente completamente vuota; gli psicologi forensi hanno detto che lei non pensava, è riuscita in quel momento a non pensare.
Lei non ha provato tanto male quanto ne avrà sentito Lucia Pérez, tanto da potere allontanarsi da lì e camminare verso un altro luogo. Infatti, quando la violenza è cessata, secondo i testimoni, era disorientata e non sapeva, dove si trovasse. E’ riuscita a camminare e a lasciare dietro di sé il suo corpo.
Dato che questa giovane ha lasciato il suo corpo come morto a chi, in realtà, la voleva così, morta/cosa, c’è chi afferma che non c’è stato stupro. E i famigliari dei giovani del presunto branco di violentatori dicono che loro sono innocenti, perché sono giovani normali che non violenterebbero nessuno. Se lei fosse morta, se lei avesse rischiato la sua vita nel tentativo di difendersi, forse queste famiglie avrebbero dato valore allo stupro ma lei ha deciso di fare morire il suo corpo prima che la uccidessero in modo da uscirne viva. Alcuni vedono in quelle immagini consenso, il consenso di tante donne morte, di tante donne/cose, il consenso non allo stupro ma di fronte allo inevitabile: ci vogliono inerti, lasciateli fare e sopravvivrete.
Il giudice, viceversa, dichiara che quelle immagini sono di una violenza insopportabile. Il giudice ha saputo riconoscere cosa significa lasciare il corpo inerte, chiudere gli occhi, scinderti e sperare che l’orrore finisca. Il giudice, sì, ha visto l’atto di dominio assoluto e la terribile violenza esercitata su un corpo inerte ma vivo. In realtà, la differenza tra il giudice e chi non vede lo stupro in questo atto ha a che fare non con l’atto in sé ma con la percezione che si ha della vittima: se si riconosce piena umanità a questo corpo inerte oppure no. Il giudice la vede umana uguale a lui e per questo è in grado di vedere la violenza della quale è oggetto. Gli stupratori e i loro sostenitori la vedono inerte, quindi una cosa scopabile e lo interpretano come consenso.
Ti vogliono morta, inerte, cosa, oggetto scopabile, un buco e se il buco è di un altro allora lo si può sigillare con la colla, come ha fatto un uomo con la sua ex compagna: le ha chiuso la vagina con la colla. Lei lo aveva denunciato molte volte, aveva un ordine restrittivo, aveva trascorso anni minacciandola di ammazzarla, di porre fine a quella vita che, nonostante tutto, si impegnava a mantenersi indipendente dai desideri di lui. Lui la voleva morta e lei invece si impegnava a mantenersi viva: viva e senza di lui. Fino a quando le ha sigillato la vagina con la colla e l’ha quasi uccisa.
Tutti questi uomini sono completamente normali. La prima coppia che hanno ammazzato Lucia sono un uomo e il suo figliastro cui il primo stava insegnando come si trattano le ragazze: gli stava insegnando a divertirsi.
Il gruppo di Pamplona era il classico branco maschile che esce a caccia in ogni festa, uomini integrati, con lavoro, le cui famiglie non immaginano che siano stupratori, uomini con spose e vita normale.
Il terzo è un marito lasciato che si vede privato improvvisamente da quella vagina che crede sua.
E a ogni assassinio lo stesso problema: se avesse denunciato oppure no. Basta con l’assunto della denuncia. Basta fissarsi se avesse denunciato o no. Ci uccidono con la denuncia e senza di essa, con l’ordine restrittivo e senza. Ci ammazzano e ci stuprano perché il patriarcato non ci considera pienamente umane, perché ci immaginano cose, perché c’è un sistema di rappresentazione simbolica e materiale in cui ci fanno apparire come cose scopabili di proprietà maschile e perché questa mascolinità è bene apprezzata ovunque si eserciti, si rafforza quanto più scopano e quanto più si impongono sopra quei corpi che immaginano sempre inerti a loro disposizione.
Il danno non esiste nella immaginazione degli aggressori, perché possono soffrire solo i vivi e gli uguali e perché questi corpi disumanizzati non soffrono come umani.
Fino a quando non poniamo attenzione a loro, su come si costruisce questa mascolinità violenta, su come apprendono gli uomini a relazionarsi con le donne, su come ci vedono, ci immaginano e dove hanno appreso a immaginarci così.
Fino a quando non distruggeremo queste immagini, non ci sarà nulla da fare. Continueranno a immaginarci come morte e qualcuno di loro ci ammazzerà realmente.
Ed io ho ancora il sorriso di Lucia inchiodato nel profondo. E mi costerà molto liberarmi di lei. Aveva sedici anni, era una bambina. Dedichiamo qualche secondo per pensare al suo dolore. E, da qui, pensiamo a questo sistema fondato sulla disumanizzazione delle donne: cose a disposizione di loro.
Questo è il funzionamento di base del sistema patriarcale, che non dice che devi usare la violenza ma solamente disumanizzarci e da questo, tutta la violenza possibile.
(traduzione di Anita Silviano)

martedì 21 febbraio 2017

Non è vero che "le madri non sbagliano mai" (riflessioni sui fatti di Lavagna)



Sui fatti di Lavagna si leggono diverse opinioni, di cosidette "femministe" che si ergono a difesa dell'operato della madre dello sventurato ragazzo.
Ebbene, noi del Movimento Femminista Internazionalista siamo sicure nell'affermare che NO, questa madre non si può difendere in alcun  modo.
Vediamo perchè:
1) alla base di tutto questo c'è la convinzione bigotta e proibizionista (che noi avversiamo) che un ragazzo 15enne che si fa le canne, come migliaia di altri coetanei, sia "tossicodipendente". Questa convinzione si basa sulla TOTALE negazione del mondo degli adolescenti, sulla NON conoscenza di tale mondo, sulla TOTALE mancanza di volontà di conoscerlo
2) dall'alto di questa NON CONOSCENZA questa madre pensa bene di avvertire le forse dell'ordine per "salvare il figlio dalla dipendenza"
3) il ragazzo (adottato) vede i, finanzieri fermarlo a scuola, va nel panico e confessa i militari di avere qualche grammo di fumo a casa
4) tornando a casa i finanzieri PERQUISISCONO la sua cameretta, sotto l'occhio della madre che li aveva chiamati
5) il ragazzo si allontana e si BUTTA DALLA FINESTRA.

Ok, vogliamo pensare che la donna avesse "buone intenzioni" ossia che nel suo delirio bigotto avesse davvero pensato che "stava fecendo questo per il BENE del figlio"? Ok pensiamolo, ma tale pensiero si infrange sulle dichiarazioni della donna stessa al funerale del povero ragazzo.

Al funerale la donna, dopo un predicozzo totalmente fuori luogo verso "i giovani" RINGRAZIA pubblicamente le forze dell'ordine che "hanno risposto al grido di dolore di una madre disperata che voleva SALVARE il figlio dalla dipendenza PRIMA CHE FOSSE TROPPO TARDI.
EBBENE, era troppo tardi, il figlio è MORTO, cosa poteva accadere di peggio?
Le stesse forze dell'ordine hanno dichiarato che col senno di poi, NON AVREBBERO effettuato la perquisizione.
Il magistrato del tribunale dei minori ha anche dichiarato che avrebbero dovuto informarla e che lei NON AVREBBE AUTORIZZATO la perquisizione in assenza di adeguato supporto per il minore.

Ma la madre, no, resta convinta di ciò che ha fatto
MEGLIO un figlio morto che "DROGATO"?

Questa donna NON HA SCUSANTI

Il bigottismo non ha scusanti
La mancanza di amore e di ascolto non ha scusanti

Non si trattava di un caso estremo in cui un eroinomane o alcolista all'ultimo stadio esercitava violenza contro i familiari, come ne esistono e nei quali casi vengono spesso chiamate le forze dell'ordine come ultima razio di fronte alla violenza. C'era solo un ragazzino che si faceva qualche spinello, ma che la madre, nel suo fervore bigotto, ha individuato chissà quali terribili evoluzioni da stoppare prima " che fosse troppo tardi" tramite l'intervento poliziesco.
MA E' GIA' TROPPO TARDI.

La solerte madre ha evitato che il figlio diventasse "drogato", ha stroncato la cosa sul nascere, ora non accadrà più, di sicuro, perchè lui è MORTO.

Chi si erge a difesa di questa donna perpetua una visione essenzialista che vede l'appartenenza biologica e ancor peggio, quella di ruolo (ESSERE MADRE).
NON E' VERO che "le madri non sbagliano mai"

E sopratutto è necessario rivedere i criteri per autorizzare le adozioni: in questo caso il bigottismo ha fatto sì che questa madre pernettesse la morte del figlio, esponendo un ragazzo 15enne alla repressione delle istituzioni, senza un minimo di ripensamento nemmeno di fronte al cadavere del figlio suicida, a seguito dell'intervento da lei stessa causato.

Noi femministe materialiste e intersezionali NON ACCETTIAMO alcuna scusante, lottiamo perchè l'educazione de^ adolescent^ sia compeltamente scevra da convinzioni bigotte e sia basata sull'ascolto e la conoscenza.
Lottiamo anche per la liberalizzazione delle droghe leggere e per l'autodeterminazione degli adolescenti.

MANIFESTO
Del Movimento Militante Femminista Internazionalista
Il Movimento Femminista Internazionalista (MFI) assume il principio dell’articolazione di una politica propria e autonoma delle donne che sia capace di elevare il diritto all’uguaglianza come esigenza prioritaria per il reale cambiamento della società. E’ nostra convinzione che, perché questo possa avvenire, ci sia bisogno di un Movimento che metta al centro della sua agenda politica la lotta per l’equità. Tutti i partiti, quelli di sinistra compresi, si sono limitati finora a mere dichiarazioni d’intenti spesso di natura elettoralistica, circa l’assunzione di genere, lasciando intatto il sistema patriarcale sessista e capitalista, perché non hanno mai messo in discussione il fondamento stesso del dominio maschile e le sue spesso tragiche conseguenze.
Noi del MFI vogliamo invece creare un progetto politico con pratiche e organizzazione indipendente delle donne che assuma i principi di libertà, di giustizia,di solidarietà, tra uomini, donne, soggetti intersex. Affinché tutto questo sia possibile, le donne devono essere protagoniste, avere cioè potere decisionale in politica, ponendo fine alla strumentalizzazione per fini elettoralistici della loro partecipazione politica o vedendole, cosi come fanno i partiti , soggetti minorenni che bisogna guidare.
Il MFI si configura come rivoluzionario la cui base materialista e socialista ritiene offra maggiori possibilità di superare le diseguaglianze economiche e sociali come quella dell’oppressione della donna.
Da ciò discendono tutti i progetti e le iniziative politiche che il MFI considera rivendicazioni imprescindibili nella lotta per una società ugualitaria e d equa:
- Economia femminista, l’unica in grado di dissolvere questo sistema patriarcale e capitalista, che rivendica un cambio dei parametri economici tradizionali, assumendo il lavoro di cura, come uno ( e mai riconosciuto) motore dell’economia mondiale e non come un lavoro confinato nell’ambito della ‘casa’; una mentalità che, ha rafforzato negli anni, attraverso gli incentivi alle famiglie, il cliché del lavoro di cura come lavoro femminile improduttivo. Il cambio di prospettiva da parametri commerciali a parametri che mettano al primo posto la qualità di vita dei soggetti è requisito indispensabile per la costruzione di un modello di società egualitario
- Scuola, co-educazione sentimentale e sessuale. La co-educazione non deve intendersi come mera mescolanza di classi maschili e femminili che lasciano inalterato il carattere sessista dell’insegnamento scolastico, ma un’educazione che parta dall’uguale valorizzazione del maschile e del femminile, del pubblico e del privato, dei sentimenti, delle emozioni e del razionale. A questo proposito è indispensabile una valorizzazione dei contributi apportati dalla cultura femminista, della trasmissione dei saperi e conoscenze delle donne attraverso i secoli, l’abbattimento della gerarchizzazione del sapere androcentrico ed etero-normativo, dei pregiudizi e degli stereotipi dei mandati patriarcali sulle donne e il superamento dei presupposti che perpetuano le diseguaglianze, il sessismo e la violenza di genere negli adolescenti. Creazione di una commissione che riveda in chiave non sessista i programmi scolastici, è da lì che passa la cultura.
-Corpi, violenza di genere, salute,diritti sessuali e riproduttivi :
Programma Sanità:
1) abolizione dell'obiezione di coscienza negli ospedali pubblici
2) Potenziamento della rete dei consultori con diversificazione degli obiettivi (contraccezione, centri antiviolenza, educazione sessuale degli adolescenti, salute della donna e prevenzione, centri di aggregazione per la terza età rivolte alle donne anziane sole che permettano loro una socializzazione)
3) contraccezione gratuita e distribuzione profilattici nelle scuole
4) psicoterapia a carico del sistema sanitario nazionale, creazione di gruppi di auto aiuto sul modello dei gruppi di autocoscienza, con la supervisione di una psicologa, a cui le donne possono accedere gratuitamente presso i consultori
5) Corsi di educazione alla libera sessualità e per l'espressione completa della sessualità femminile
6) Liberalizzazione completa dei rapporti sessuali fra adolescenti
Questo cammino che, alcune di noi hanno deciso di intraprendere, apre alla possibilità di rendere visibile il femminismo politico quale strumento principale per abbattere il patriarcato, principale motore della diseguaglianza e discriminazione, per la realizzazione di un altro modello di società più giusto ed equo promuovendo la piena cittadinanza di tutti i soggetti della comunità civile.
MOVIMENTO FEMMINISTA INTERNAZIONALISTA.

domenica 12 maggio 2013

Sono qui a parlarvi di femminismo

di Isabel Cruz




                                                   




Molto spesso, il femminismo non è ben capito e lo si può vedere nel 90% delle critiche che questo riceve. Il restante 10% delle critiche al femminismo riguarda i dibattiti teorici all'interno di esso. Personalmente non credo che ci sia poca discussione dentro il femminismo, viceversa, la dialettica è costante e molto arricchiente: ciò che succede  è che la pressione che riceve dall'esterno è enorme. Quindi,mi concentrerò su quelle critiche che provengono dall'esterno,dato che il dibattito interno riguarda principalmente, il raggiungimento dell'uguaglianza e cosa significhi eguaglianza (se la differenza, per esempio,genera disuguaglianza o la misura in cui i ruoli di genere sono piene costruzioni  sociali).

In primo luogo distinguerò i suoi detrattori in due tipi: i politicamente corretti e quelli che che identificano direttamente il femminismo al machismo. Entrambi ricorrono al neo-linguaggio, così da avere una più forte presa.

I politicamente corretti sono coloro che distinguono tra  buon femminismo e il cattivo femminismo. Queste persone sono molto particolari, i loro tentativi di screditare le idee senza far apparire che disprezzano l'essenza del femminismo, risultano titanici e per la maggior parte del tempo,sterili. Sono quel tipo di persone, uomini o donne, che fanno la differenza tra femminismo ed embrismo,presupponendo l'esistenza del secondo. L'embrismo sarebbe quel sistema matriarcale in cui l'uomo vedrebbe raddoppiata la giornata lavorativa, guadagnerebbe meno della donna a parità di lavoro, ci sarebbe una divisione sessuale del lavoro in cui egli verrebbe pregiudicato, sarebbe confinato nella sfera privata,avrebbe molto meno libertà sessuale, sarebbe costantemente giudicato per il suo aspetto ( bene o male), sarebbe educato all'idea di sostenere,mediare, adattarsi,dipendere sentimentalmente, servire, stare dietro a... E soprattutto all'idea di non essere leader né di poter dissentire. Avete capito bene: l'embrismo non esiste né mai è esistito. Coniando questo termine si è cercato solamente di delegittimare il femminismo.

Questo tipo di femminista con i 'ma' lo trovo particolarmente offensivo per le sue incongruenze, che si producono soprattutto attraverso il paternalismo e la riproduzione del sessismo. E' come un amico supervisore: ti nobilita o ti scredita dalla sua usuale posizione di maschio-spettatore, senza rendersi conto che questo atteggiamento si oppone radicalmente al femminismo più elementare ( potenziamento, autonomia, parlare da pari a pari, ecc...) Il suo complesso di superiorità inconscia,anche quando è buonista,è paragonabile ad un hipster che pensa di aggiungere valore con il suo sguardo apprezzando un graffiti. Può sembrare un aneddoto ma, credetemi, nel campo del dibattito sulla parità della classe sociale o etnica,non ho incontrato comportamenti così prepotenti, incoerenti e kamikazi.

Poi, ci sono quelli più diretti, che non sono in grado di riconoscere il discorso femminista nel quale inciampano nel corso della vita. Sono queste le persone che,per  femminismo, intendono embrismo e per sessismo capiscono misoginia (quando questa è la massima espressione del machismo, cioè una parte di esso). Qui, potremmo citare i ben noti casi,di coloro il cui obiettivo è l'egualitarismo,evitando la parola femminista in ogni momento, perché è qualcosa percepita negativamente. L'egualitarismo è il discorso della parità di genere, senza considerare la disuguaglianza di genere della quale la donna è storicamente vittima, come causa e asse centrale del discorso. L'egualitarismo tende a concentrarsi su un discorso mascolinizzato del mercato del lavoro: parità di retribuzione, come condizione per l'emancipazione della donna. Cioè, l'agualitarismo mette in discussione la conseguenza, mai la causa: perché la donna guadagnano meno dell'uomo? Perché il lavoro riproduttivo non è retribuito? Perché l'uomo non si coinvolge nel lavoro riproduttivo? Queste questioni nell'ottica egualitaristica non hanno nessuna rilevanza e vengono considerate deviazioni dal dibattito. E' come se la diseguaglianza di genere non la perpetuassero le persone, ma un'entità astratta, che fa  si che le nostre aspirazioni di vita,al momento di adattarsi alla realtà subissero una metamorfosi. L'egualitarismo è molto pericoloso, perché in questa ottica di non mettere in discussione la causa della disuguaglianza consente il discorso biologista legittimando la diseguaglianza di genere. Un egualitarista potrà parlarti dell'"istinto materno" e così dicendo riconosce il lavoro domestico.Ecco perché dal egualitarismo si chiede la custodia condivisa perché credono che l'uomo ha il diritto di esercitare la paternità al momento del divorzio e non nel momento in cui deve esserlo .Il ruolo del padre cambia a seconda della presenza o assenza della madre,il ruolo del padre, non implica per se stesso un compito di cura: è la condizione di padre divorziato che lo fa apparire curatore come qualcosa a cui ha diritto ( insisto sull'importanza data alla parola diritto e non a quella di dovere).Ed è questo discorso che permette che la madre riceva la maggioranza delle custodie in caso di divorzio, perché in un divorzio con figli  valuta soprattutto chi ha esercitato le attività di cura fino a quel momento,chi ha dimostrato competenze.

Per chi non lo sapesse, viviamo in un sistema etero-patriarcale nel quale la donna,soprattutto se è madre, ha il dovere di farsi carico della casa,a volte con l'aiuto dell'uomo,che è dall'altra parte, la fonte del reddito familiare: questo sistema si riflette fedelmente nella legge sul divorzio. Il divorzio non avvantaggia la donna in quanto tale ( al di là di una madre che ama ottenere la custodia dei suoi figli e figlie e di un padre che soffre nel vederli poco),la legge sul divorzio rimanda a quali siano oggi i ruoli di genere: madre curatrice e padre capofamiglia. Ruoli che non sono messi in discussione dall'egualitarismo mentre dal femminismo sì.
Che coincidenza...

la profesion va por dentro

sabato 9 marzo 2013

Hugo Chávez, socialista e femminista

Natalia Rosetti
Professora associata di Scienze Politiche della UAB (Università autonoma di Barcellona)

Se c'è qualcosa di innegabile nei processi di trasformazione sociale in America Latina è l'inclusione di settori sociali storicamente esclusi. Anche se si parla di populismo, la stampa conservatrice deve riconoscerlo.E' difficile ribaltare secoli di storia colonialista e imperialista, ma alcuni paesi come la Bolivia, Ecuador e Venezuela hanno risolto e stanno risolvendo le loro  specifiche difficoltà, ma hanno anche un elemento in comune: il ruolo delle donne.  E dobbiamo rilevarlo in questi giorni che la rivoluzione bolivariana perde Hugo Chávez. Ci sono persone che sintetizzano idee,programmi,rappresentano progetti e speranze. Anche se ovviamente una sola persona non può esemplificare tutto, Hugo Chavez sarà ricordato come il grande rivoluzionario che era, un riferimento mondiale che esistono alternative al regime capitalista e patriarcale. Un progetto alternativo da lui stesso definito " socialista e femminista".

La Costituzione bolivariana del 1999, all'articolo 88 prevede che " riconoscerà il lavoro domestico come attività economica che crea valore aggiunto e produce ricchezza e benessere sociale". Per la prima volta ha riconosciuto il lavoro invisibile ed essenziale delle donne e ha dato ad esse il diritto alla sicurezza sociale e al salario minimo. Da una Europa dei tagli in un contesto in cui le politiche di parità sono all'ultimo posto, ciò è sicuramente rivoluzionario. A livello simbolico si integra l'uso di un linguaggio non sessista per far riferimento ad uomini e donne.
Che le donne soffrano particolarmente è  documentato.Per questo è stato importante potenziare le donne e la creazione della Banca di Sviluppo delle Donne (Banmujer)che aveva ed ha come finalità di promuovere mediante il micro-credito e supporto tecnico, un'economia basata sulla solidarietà e l'aiuto reciproco. Comprendere lo sviluppo dalla vicinanza, dallla valutazione partecipata di ciò di cui hanno bisogno le comunità, per fornire il necessario e farlo dalla cooperazione. Un discorso e valori di fondo che nulla hanno a che fare con la competitività capitalista e che concepisce l'economia a partire dai bisogni umani.

Nelle zone popolari, nelle Missioni( i programmi sociali promossi dal governo Chavez),nei Consigli comunali dove la gente si auto-organizza dal basso,nei movimenti sociali, le donne hanno svolto un ruolo di primo piano.

... Pertanto anche se la dimensione femminista del socialismo del XXI secolo non sia ancora molto visibile, soprattutto in Europa, bisogna riconoscere che Hugo Chávez è stato in grado di aggiungere ed integrare diverse sensibilità, compresa quella femminista. Aveva capito meglio di chiunque altro che senza uguaglianza di classe, senza uguaglianza di genere,senza uguaglianza etnica, non è possibile avanzare verso una società realmente giusta. C'è senza dubbio ancora molta strada da fare e un'agenda in attesa di cambiamenti fondamentali per avvicinarsi all'eguaglianza. Ci sono molte sfide su questo fronte.

La rivoluzione bolivariana sarebbe inspiegabile senza la figura di Hugo Chávez, il quale sarà ricordato insieme a combattenti come Salvador Allende o Ché Guevara o alle donne e uomini che hanno dato la loro vita per costruire un mondo più giusto. Ricorderemo il presidente venezuelano come l'uomo che fu in grado tra le altre cose, di dare speranza ai popoli del mondo che lottano per la loro dignità, ma anche di aver dato voce alle donne all'interno di queste lotte.
In ultima analisi,l'8 marzo rivendichiamo che l'eredità di Chavez è e sarà femminista.

Publico.es

venerdì 22 febbraio 2013

Per la stampa, la vittima è Pistorius


Marta Mediano García - pikara magazineSe l'assassino/maltrattatore si chiama Manolo e vive a Villacañas,la giornalista intervisterà i suoi vicini: "era una persona molto buona", "faceva tutto per lei e la famiglia" e chiuderà il pezzo elencando per quel mese, il numero delle vittime di violenza machista.

Se il presunto omicida si chiama Oscar Pistorius - fra l'altro, marcando bene il "presunto", la storia non è che cambi, però mette in evidenza tutte le contraddizioni del discorso sessista dei media.

Poiché Pistorius è l'eroe nazionale di una comunità minoritaria e bianca in Africa,il  prototipo dell'uomo bianco europeo in grado di superare qualsiasi avversità e raggiungere il successo, il fatto che avrebbe presumibilmente sparato alla fidanzata, provocandone la morte,ha prodotto una piccola agitazione internazionale. Si sono organizzati incontri paralleli nei telegiornali, programmi speciali in prima serata e decine di editoriali sui principali quotidiani."
Per risarcire la vittima? Per analizzare il perché di questa violenza contro le donne?
No. Solo perché  l'onestà di questo uomo di successo non poteva essere messa in discussione.
Le vittime sono un'altra volta di più, aggredite e colpite, subendo l'umiliazione anche dopo la morte,un vero e proprio attacco sulla condizione umana premeditato e a sangue freddo.
Non v'è traccia di esse nelle notizie, nessuno le nomina. Di Reeva non si sa che la sua professione e il nome perché la stampa la definisce come una modella con aspirazioni televisive.
Il dramma non è che ogni giorno milioni di donne sono vittime di una qualche forma di violenza maschile. Né che molti di esse perdono la vita per mano di un uomo.Il dramma non è la loro assenza avvolta nel silenzio. Primo strato. Poi, un altro strato. Decine di giri che assicurano al colpevole l'impunità. Il dramma non è che nessuno può alzare la voce per tutte loro, che si imponga il ricordo che non furono importanti, così importanti per vivere ed essere ricompensate.

Il dramma nei mezzi di comunicazione è che Pistorius lascia i sudafricani, gli amanti dell'atletica e gli uomini occidentali, orfani di un leader da seguire. La tragedia è il dover rinunciare a partecipare alla prossima gara,causa l'apertura del procedimento giudiziale per l'assassinio della sua fidanzata,l'atleta di 26 anni non potrà competere in Australia, Brasile, Stati Uniti e Manchester.

Questa peggiore prova dei media, una la scopre quando è a casa ammalata. Sono stata diversi giorni a casa cercando di alleviare  il mio malessere e solitudine, davanti alla scatola idiota. Alle quattro del pomeriggio, Pistorius è di nuovo al centro di un programma: " La sua ragazza stava per entrare in un reality e questo buon uomo aveva paura, a causa della sua disabilità, di non essere all'altezza delle circostanze"

E'aberrante ascoltare come si possa essere capaci di giustificare in tale modo,la violenza sulle donne,non solamente strappare ad esse la vita,ma anche la dignità e oltre tutto,la vittima è nominata marginalmente, come il vetro che si rompe accidentalmente facendo scoprire che il ragazzo monello,anche se punito, era uscito per giocare a palla.
Davanti al giudice, Pistorius piange sconsolato. Anche Manolo l'avrà fatto quando  la Guardia Civile è andato a prenderlo.. Tutti i suoi amici sia che fossero giocatori del Manchester City, sia che fossero la band del Bar  Montes” attestano che "l'amava teneramente, era il più grande". Naturalmente lo affermano a tutto campo, conoscenti e amici:  né Reeva né la donna anonima si erano mai lamentate del trattamento dei loro partners.
Però nessuno mai si chiede se è possibile quando si convive con la paura di morire.